LXXXIX. — L’INCONTRO.
Dopo la partenza di Mercedès tutto ricadde nell’ombra presso Monte-Cristo. Intorno a lui ed entro lui il suo pensiero si fermò; il suo spirito energico si addormì, come fa il corpo dopo una eccessiva fatica. — Che! disse a sè stesso, mentre la lampada e le candele si consumavano tristamente, e che i servitori aspettavano con impazienza nell’anticamera; che! ecco l’edificio così lentamente preparato, elevato con tante pene e tanti affanni, che crolla ad un colpo, con una sola parola, sotto un soffio! Ebbene! sono io che mi credeva qualche cosa? sono io di cui andava tanto superbo? sono io che mi era veduto sì piccolo nel carcere d’If, e che era riuscito a rendermi così grande? sono io la cui salma domani sarà un poco di polvere? Ahimè, non è già la morte del corpo quella che io piango; questa distruzione della materia non è il riposo cui tutto tende, cui aspira ogni infelice? quella calma della materia alla quale m’incamminava per la strada dolorosa della fame quando Faria comparve nel mio carcere? che cosa è la morte per me? un grado di più nella calma, e forse due nel silenzio. No, non è dunque la cessazione della esistenza che io piango, che il mio spirito sopravvivrà; ma la rovina dei miei disegni così lentamente elaborati, così faticosamente costrutti, è questo che amaramente io piango. La Provvidenza, che io aveva loro creduta favorevole, è dunque ad essi contraria? Dio non vuol dunque che si compiano? Questo fardello che io aveva sollevato quasi tanto pesante quanto il mondo, e che io aveva creduto di poter portare fino al termine, era secondo i miei desideri, ma non secondo la mia forza; secondo la mia volontà, ma non secondo il mio potere. Bisognerà che io lo deponga giunto appena alla metà della mia corsa? Oh! diventerei io forse fatalista, che quattordici anni di disperazione e dieci di speranze avevan formato previdente? E tutto questo, tutto questo, mio Dio! perchè il mio cuore, che credeva morto, non era che assopito; perchè si è risvegliato, perchè ha battuto, perchè ho ceduto al dolore che questo battito sollevava dal fondo del mio petto per mezzo della voce di una donna! E frattanto, continuò il conte, inabissandosi sempre più nelle previsioni di questo domani terribile che aveva accettato Mercedès; e frattanto è impossibile che questa donna, che ha un cuore sì nobile, abbia in tal modo per egoismo, acconsentito a lasciarmi uccidere... io così pieno di forza d’esistenza! è impossibile ch’ella spinga a questo punto, l’amore, o piuttosto il delirio materno! Vi sono delle virtù in cui l’esagerazione sarebbe un delitto. Ma, ella avrà immaginato qualche scena poetica; verrà a gettarsi fra le spade, e sarà una cosa ridicola per la posizione sublime da me fattami.
E il rossore dell’orgoglio salì alla faccia del conte.
— Ridicolo, ripetè egli, e il ridicolo ricadrà su di me... io ridicolo! andiamo, amo ancor più il morire.
E a forza di esagerarsi in tal modo le combinazioni che potevano accadere il dimane nel quale si era condannato promettendo a Mercedès che lascerebbe vivere suo figlio, il conte terminò col dirsi: — Pazzie! pazzie! pazzie! il mettersi come una meta inerte davanti alla mira del giovine! È necessario, lo farò. — E prendendo una penna, e cavando un foglio dall’armadio, scrisse alcune linee in piè di questo foglio, che altro non era che il suo testamento fatto dal suo arrivo in Parigi, ed estese una specie di codicillo nel quale faceva capire la sua morte anche agli uomini meno creduli.
— Io faccio questo, pel solo onor mio, e per umiliare me stesso agli occhi miei. È indispensabile che questi miserabili, che un Danglars, un Villefort, un Morcerf non si figurino d’essersi spacciati di me per opera del solo caso, che il solo caso li abbia liberati del loro nemico. Che sappiano, al contrario, che se la deliberata punizione non ha avuto luogo, fu perchè è stata corretta dalla mia sola volontà; che il castigo evitato in questo mondo li aspetta nell’altro, e ch’essi non hanno fatto altro cambio che quello del tempo colla eternità.
Mentre ondeggiava in queste cupe incertezze, sogni cattivi di un uomo svegliato dal dolore, venne il giorno ad imbiancare i vetri ed a rischiarare sotto le sue mani la carta azzurra sulla quale trascinava l’ultima sua giustificazione. Erano le cinque del mattino. D’improvviso giunse al suo orecchio un leggero rumore. Monte-Cristo credè avere inteso qualche cosa, come un sospiro soffocato; volse la testa, guardò intorno a sè, e non vide alcuno. Soltanto il rumore si ripetè molto distintamente, perchè al dubbio successe la certezza. Allora il conte si alzò, aprì dolcemente la porta del salotto, e sopra una sedia, colla sua bella testa pallida ed inclinata in addietro, vide Haydée che si era posta a traverso alla porta, affinchè egli non potesse uscire senza vederla; ma il sonno così possente nella gioventù, l’aveva sorpresa dopo la fatica di una lunga veglia.
Il rumore che fece la porta nell’aprirsi non potè scuotere Haydée dal suo sonno. Monte-Cristo fissò su di lei uno sguardo pieno di dolcezza e di dolore. — Ella si è ricordata che aveva un figlio, ed io ho dimenticato che ho una figlia!
Indi scuotendo tristamente la testa:
— Povera Haydée! diss’egli, ha voluto vedermi, ha voluto parlarmi, ella ha temuto o indovinato qualche cosa... Oh! io non posso partire senza dirle addio, non posso morire senza confidarla a qualcuno.