E si avviarono di nuovo.

Mezz’ora dopo giungevano alle prime case di Noisy; potevano essere le otto e mezza o le nove di sera.

Secondo l’usanza di campagna tutti erano a letto; in tutto il villaggio non brillava un lume.

D’Artagnan e Planchet continuarono a camminare. A mano destra e a sinistra, fra il grigio cupo del cielo risaltava il contorno anche più oscuro dei tetti delle abitazioni, tratto tratto un cane destatosi abbajava dietro una porta, o un gatto impaurito scappava di mezzo alla strada per appiattarsi in un mucchio di fascine, ove si scorgevano rilucere come carbonchi i suoi occhi spaventati. Quelli erano i soli esseri viventi che pareva esistessero nel villaggio.

Verso la metà del borgo, e sovrastando alla piazza principale, sorgeva una mole cupa, isolata fra due straduzze, e sulla di cui facciata enormi tigli stendevano i bracci scarni. D’Artagnan esaminò attentamente quel fabbricato.

«Questo, disse, dev’essere il palazzo dell’Arcivescovo, la dimora della bella Longueville, ma il convento dov’è?

«Il convento? fece Planchet, è laggiù in fondo, lo conosco.

«Or via! dà una corsa di galoppo fin là, intanto che io stringo la cinghia al mio cavallo, e torna a dirmi se dai Frati v’è qualche finestra che abbia lume».

Planchet obbedì, si allontanò al bujo, mentre d’Artagnan, smontato, ristringeva la cinghia al suo cavallo.

Indi a cinque minuti ei venne via dicendo: