LXXXIX. Le carceri perpetue del signor di Mazzarino.

I due nuovi soldati camminarono con tutta gravità dietro al cameriere; questi aprì ad essi una porta del vestibolo, poi un’altra che pareva di una sala d’ingresso, e additando loro due sgabelli, disse:

«La consegna è semplicissima; non lasciate entrar qui che una persona, una sola, avete inteso! niente più! e a quella persona obbedite in tutto. In quanto al ritorno, non vi è da sbagliare, aspettate che io vi dia la muta».

D’Artagnan era noto assai al suddetto cameriere, ch’era precisamente Bernouin, il quale da sei o otto mesi a questa parte lo aveva introdotto una decina di volte presso al ministro; onde egli invece di rispondere si limitò a brontolare nel modo meno guascone e più tedesco che potesse.

In quanto a Porthos, lo aveva obbligato a promettere di non parlare in verun caso. Se mal fosse ridotto agli estremi gli era concesso di proferire soltanto il tarteifle proverbiale e solenne.

Bernouin chiuse, si allontanò.

«Oh oh! disse Porthos udendo la chiave nella serratura, si vede che qui è di moda rinchiudere la gente. Secondo me, non abbiamo fatto altro che barattar carcere; senonchè invece di esser carcerati laggiù, lo siamo nel capannone degli agrumi. Non so se ci abbiamo guadagnato.

«Amico mio, fece piano d’Artagnan, non dubitate della Provvidenza, e lasciatemi riflettere e meditare.

«Riflettete e meditate, brontolò Porthos istizzito nel mirare che le cose pigliavano quell’aspetto anzi che un altro.

«Abbiamo fatto ottanta passi.... saliti sei gradini; qui, dunque, come ha detto testè il mio illustre amico di Comminges, è l’altro padiglione in linea paralella al nostro accennato per padiglione degli agrumi; sicchè il conte di la Fère non dev’essere lontano; solamente le porte sono chiuse.