«Veh! disse Villequier, era là il Mazzarino! meglio così: da gran tempo bramavo dirgli in faccia quel che pensavo di lui; voi me ne avete data l’occasione, Guitaut, e quantunque la vostra intenzione non sia forse per me delle più favorevoli, pure ve ne ringrazio».

E voltando le calcagna rientrò in corpo di guardia, fischiando un’arietta di Fronda.

Frattanto Mazzarino se ne tornava pensieroso: quanto aveva inteso da Comminges, da Guitaut e da Villequier lo confermava nell’idea che in caso di avvenimenti gravi ei non avrebbe nessuno per sè, eccettuata la regina, ed anche la regina aveva abbandonati sì sovente i suoi amici, che il di lei appoggio gli sembrava, ad onta delle precauzioni da esso prese, molto incerto e precario.

In tutto il tempo della durata di quella gita notturna, cioè per un’ora circa, il ministro, benchè studiasse a vicenda Comminges, Guitaut e Villequier, aveva esaminato un uomo. Quest’uomo, ch’era rimasto impassibile davanti alla minaccia popolare, che non si era accigliato di più agli scherzi detti da Mazzarino che agli altri diretti contro di lui, gli pareva un essere a parte, e adatto per avvenimenti della specie di quelli in cui si era allora, e soprattutto di quelli in che presto si doveva trovarsi.

D’altronde, il nome di d’Artagnan non gli era totalmente ignoto, e sebbene egli non fosse venuto in Francia se non verso il 1634 o 1635, vale a dire sette o otto anni dopo gli eventi da noi narrati in una precedente storia, pure al ministro sembrava aver udito a proferire tal nome come appartenente ad un soggetto che in una circostanza non più presente alla sua mente si era distinto qual modello di coraggio, di destrezza e di devozione.

Questa idea s’impossessò cotanto del suo spirito, ch’ei risolse di schiarirla senza indugio; ma le notizie che desiderava sopra d’Artagnan non già allo stesso d’Artagnan bisognava richiederle. Dalle poche parole pronunciate dal tenente dei moschettieri, Mazzarino aveva potuto discernere l’origine guascona, e Italiani e Guasconi si conoscono troppo, e troppo si somigliano per rapportarsi gli uni agli altri di ciò che posson dire di sè stessi. Quindi, arrivato alle mura, che facevano recinto al giardino del Palazzo Reale, il ministro bussò ad una porticella situata a un dipresso dov’è adesso il caffè di Foy, e dopo ringraziato d’Artagnan e invitatolo ad attenderlo nel cortile del Palazzo Reale, accennò a Guitaut che andasse seco. Ambedue smontarono da cavallo, consegnarono le redini al lacchè, che aveva loro aperto, e disparvero nel giardino.

«Mio caro Guitaut, disse Mazzarino appoggiandosi al braccio del vecchio capitano delle guardie, mi dicevate poc’anzi che sono quasi venti anni dacchè siete al servizio della regina.

«Sì, è la verità, rispose Guitaut.

«Ora, mio caro, io ho osservato che oltre al vostro coraggio, ch’è incontrastabile, e la vostra fedeltà, ch’è ad ogni prova, avevate un’ottima memoria.

«Avete notato questo, monsignore? diavolo! peggio per me.