Il quadrupede balzò rispettosamente di sul bastone.

«Pistacchio, amor mio, continuò il duca tirando su la mazza di altri sei pollici, saltate per il re».

La bestia si slanciò, e ad onta dell’altezza schizzò sveltamente.

«E adesso, attenti! fece il duca abbassando il giunco sino a terra, Pistacchio, mio bello, salta per l’illustrissimo facchino Mazzarino».

Il cane voltò il preterito al giunco.

«Oh! che azioni sono codeste? gridò il Beaufort segnando un semicircolo dalla testa alla coda dell’animale, e presentandogli da capo la mazza, salta su, Pistacchio!»

Ma Pistacchio, come prima, girò in tondo e volse alla mazza il preterito.

Beaufort ripetè il movimento e la frase. Il cane impazientito si avventò addosso alla canna d’india, la levò di mano al principe e la ruppe coi denti.

Il signor di Beaufort gli tolse di bocca i due pezzi, e con tutta serietà li rese al signore di Chavigny, chiedendogli mille scuse, e dicendogli che il trattenimento era terminato, ma che se fra tre mesi si compiacesse intervenire ad una seduta consimile, Pistacchio avrebbe in allora imparato nuovi giuochi.

Dopo tre giorni Pistacchio era avvelenato.