«Senza dubbio: è bell’e fatto il suo panegirico».
E si separarono ridendo, la giovanetta girandosi a guardare il povero paralitico con premura, il paralitico seguendola con occhi amorosi.
A poco a poco si diradavano i crocchi. Scarron non fece mostra di vedere che taluni si erano parlato misteriosamente, che per diversi erano giunte delle lettere, e che il suo trattenimento serale pareva avesse avuto uno scopo occulto lontanissimo dalla letteratura di cui però si era trattato con tanto calore. Ma a Scarron che importava di ciò? ormai in casa sua si poteva sparlare (fronder) a bell’agio: dalla mattina in poi, conforme aveva detto, egli non era più l’infermo della regina.
Raolo accompagnò difatti la duchessa sino alla carrozza, in cui essa salì dandogli a baciare la mano; poi per uno di quei capriccetti che la rendevano sì adorabile, e soprattutto sì pericolosa, lo afferrò improvvisamente per la testa e lo baciò in fronte, dicendogli:
«Visconte, deh! i miei voti e questo bacio vi portino fortuna».
Indi lo rispinse, e ordinò al cocchiere di trottare sino al palazzo di Luynes.
La carrozza era corsa via; la signora di Chevreuse aveva fatto dallo sportello un piccolo cenno a Raolo, e questi rimaneva là confuso.
Athos comprese quanto era avvenuto.
«Venite, visconte, egli disse; è tempo che vi ritiriate: domani partirete per l’armata del signor Principe; dormite bene per l’ultima vostra notte di cittadino.
«Sarò dunque soldato? oh, grazie, grazie di cuore.