«Va benissimo, Eccellenza: lo saremo».
E d’Artagnan corse a ripetere le lusinghiere promesse del ministro a Porthos, il quale ne provò un’allegrezza inesprimibile.
LIV. Fuga.
Ad onta dei segni di agitazione che dava la città, il Palazzo Reale presentava il suo più lieto aspetto verso le cinque ore quando vi si recò d’Artagnan. Nè v’era da meravigliarsene: la regina aveva restituito al popolo Broussel e Blancmesnil, e quindi quello nulla aveva da richiedere. L’emozione della sovrana era soltanto un resto di turbamento a cui era d’uopo dar tempo a calmarsi, conforme abbisognano talora dopo una tempesta più giornate perchè cali la marea.
Eravi stato gran banchetto, al quale serviva di pretesto il ritorno del vincitore di Lens. V’erano invitati i principi e le principesse, e le loro carrozze ingombravano da mezzogiorno in poi il cortile. Dopo il pranzo vi sarebbe giuoco dalla regina.
Anna brillava di grazia e di spirito; nessuno l’aveva mai veduta di umore più allegro. La vendetta sul fiore le sfolgorava negli occhi e le schiudeva il bel labbro.
Al momento che tutti si alzarono da mensa, Mazzarino sparì.
D’Artagnan stava digià in anticamera ad attenderlo. Mazzarino vi si presentò in aria sorridente, lo prese per mano, e lo introdusse nel suo gabinetto.
«Carissimo signor d’Artagnan, gli disse, essendosi seduto, vi darò adesso la maggior prova di fiducia che possa dare un ministro ad un ufficiale.
«Spero, fece d’Artagnan, che monsignore me la dia senza secondo fine, e con intima convinzione ch’io ne sia degno.