«Ebbene, mio caro amico? gli disse in francese, ma del più pretto che mai siasi usato da Roano a Tours.

«Ebbene, non v’è tempo da perdere, e bisogna prevenire il re.

«Ma che mai succede?

«Sarebbe lungo il raccontarvelo. E poi fra poco lo udrete. Inoltre la minima parola pronunciata qui può rovinare ogni cosa. Si vada a trovare milord di Winter».

Ed entrambi s’incamminarono all’estremità opposta del campo; ma siccome questo non prendeva di più che una superficie di cinquecento passi quadrati, così ben presto giunsero alla tenda di colui che cercavano.

«Tomby, il vostro padrone dorme? domandò in inglese uno dei due cavalieri a un domestico coricato in un primo compartimento che serviva d’anticamera.

«No, signor conte, rispose il servo, non credo; oppure, sarebbe da poco in qua, giacchè ha camminato più di due ore dopo aver lasciato il re, e sono appena dieci minuti che è cessato il rumore de’ suoi passi.... E poi (aggiunse alzando la portiera) potete vedere».

Realmente di Winter stava seduto davanti ad un’apertura fatta a foggia di finestra, da cui penetrava l’aria notturna, e a traverso alla quale osservava malinconicamente la luna, perdutasi, come poc’anzi dicemmo, fra grossi nuvoli neri.

I due amici si appressavano a di Winter che guardava il cielo tenendosi la testa appoggiata sulla mano; ei non gl’intese arrivare, e restò nella stessa positura sino al momento che sentì toccarsi la spalla.

Allora si girò, ravvisò Athos ed Aramis, e porse ad essi la destra.