— Planchet! gridarono Porthos ed Aramis.

— Ebbene! sì Planchet, disse Athos; che cosa vi è di meraviglioso? egli aveva promesso di essere di ritorno a otto ore ed ecco che suonano le otto. Bravo! Planchet, voi siete un giovine di parola, e se mai aveste a lasciare il vostro padrone, io vi riserbo un posto al mio servizio.

— Ohi no, giammai, disse Planchet, io non lascerò giammai il signor d'Artagnan.

E nello stesso tempo d'Artagnan sentì che Planchet gli faceva scorrere in mano un piccolo biglietto.

D'Artagnan aveva una gran volontà di abbracciare Planchet; ma egli ebbe paura che questo segno di effusione, dato al suo lacchè in mezzo alla strada, non sembrasse straordinario a qualche passaggiero, e si contenne.

— Io ho il biglietto, disse egli ad Athos ed ai suoi amici.

— Sta bene, disse Athos, entriamo nelle vostre camere, e lo leggeremo.

Il biglietto bruciava la mano di d'Artagnan; egli voleva affrettare il passo, ma Athos gli prese il braccio e lo passò sotto il suo, e fu mestieri al giovane di regolare la sua corsa con quella del suo amico.

Finalmente si entrò negli alloggi, fu acceso un lume, e mentre che Planchet stava sulla porta affinchè i quattro amici non fossero sorpresi, d'Artagnan con mano tremante ruppe il sigillo, e aprì la lettera tanto aspettata.

Ella conteneva una mezza riga di scritto in inglese, e di una concisione tutta spartana: