— Allora!... prorompeva.

— Gli uomini vi avranno fatto soffrire.

— È vero.

— Avete amato? mi è fuggito sventatamente.

— Amato? Chi? E voi, signor conte?

Non ci siamo risposto. La strada faceva un gomito e appariva il ponte di Casalecchio.

Non so, Anselmo, se nei tuoi brevi soggiorni a Bologna ti sia mai spinto fino a Casalecchio per vederne la chiusa; se non lo hai fatto, vieni che ne vale la pena. È uno stupendo paesaggio, che mi ha fatto sospirare cento volte il pennello di Corot per renderne la bellezza latente e melanconica. Il fiume la crea mostrandovisi appena, perchè svolta immediatamente al di sopra della chiusa e al di sotto del ponte; a destra è fiancheggiato da una collina, che venuta lungo la strada di Bologna fa angolo sul ponte spingendosi verso l'Appennino lontano ed azzurrognolo: a sinistra da un'alta pianura, della quale non si veggono i confini — e il fiume sembra avere egli aperto quel vano per il quale passa luminosamente magnifico. La prima collina coperta di boschetti cedui è piuttosto bassa e povera, ma, prolungandosi, si congiunge ad altre più poetiche di forme e di vegetazione, ed altre ancora più remote si allineano tinte di un aereo violetto, ed altre simili a nebbie fiottano in fondo sfumando i colori e le angolosità di tutta la catena. Nessuna altra, delle tante che formano l'Appennino, o per l'armonia delle tinte o per la trasparenza dell'aria o per l'incanto della prospettiva, ha una più meravigliosa leggerezza, che fa pensare ai quadri più belli del Ghirlandaio, il primo che abbia sentito questa musica degli orizzonti e sia riuscito a scriverla sulla tela. E lo sguardo volgendosi alla pianura dilaga nella verde indifferenza dei campi o abbassandosi entra nel fiume, che si accosta per una lunga curva alla chiusa e la cala. Non aspettarti che te lo descriva: nessun pittore lo potrebbe, perchè il bianco, tutta la luce della pittura, non può rendere il vibrante raggiare dell'acqua al sole, e questa volta la tela dovrebbe essere unicamente di raggi e di baleni... E se fallirebbe il pennello, immagina come riuscirebbe la penna! Immagina che guardando dal ponte, il fiume immoto non ondula, non riverbera, ma toccando il ciglio del primo gradino il suo vasto lenzuolo scivola spiegazzandosi, mentre per tutta la linea di quello prorompono migliaia di pennacchi sfolgoranti; sono i raggi del sole che rimbalzano spezzati e figurano come le batterie di una immensa ribalta; e l'acqua cala unita, trasparente, ondulosa, talora svolgendosi come una tela, talora rincrespandosi come una vesta, talora rigandosi di solchi indecisi, torcendosi in pieghe che si aprono prima che strette. Cola sempre uguale, infinitamente varia nella monotonia: la luce è sotto essa, in essa, sovr'essa: la luce è acqua, l'acqua è luce: cola coperta d'infiniti sorrisi, armoniosa d'infiniti suoni, vaga d'infinite apparenze, finchè sull'ultimo gradino rimbalza, si addensa, si arrotola quasi, e svolgendosi in una frangia bruna di colore e bianca di spuma, casca, mormora, si calma, si perde nell'altra del letto, e quando passa sotto il ponte non somiglia più a sè stessa, nè a quella che argentea, diafana, radiante si stende sulla magica china.

D'ambo i lati sorgono gruppi di case; a destra un mulino difeso da un muraglione, donde irrompono due grossi getti d'acqua, che rugge di dolore sfuggendo fra i congegni delle macine: sopra il mulino si uguaglia uno stretto piano, dal quale s'erge il poggio di una villa bella, forse la più bella di Bologna; e al di sopra ancora, come un elmo bizzarro, il bizzarro tempio di San Luca.

Andavamo di così gran trotto, che Allah stentava a pareggiare Bothaina guidata con rara maestria.

— Bella! esclamò la marchesa scorgendo la cascata, e spinse Bothaina oltre il fosso, la siepe, su di un praticello che finiva alla ripa del fiume. La seguii saltando così male, che n'ebbi quasi stracciato un calzone.