Inciampava da mezz'ora in questi problemi e gli toccava sempre indietreggiare.

Finalmente intese il fruscìo di una veste di seta e vide la marchesa ferma fra il cortinaggio della porta, così che il rosso dell'abito fiammeggiando sul cremisi bruno della tappezzeria le faceva quasi un'aureola fantastica. Era vestita colla più aristocratica ed insolente semplicità. L'abito non aveva che un corsetto liscio con una finta scollacciatura ad angolo, segnata da un merletto bianco, e la sottana sull'anca attillata, a lungo strascico, velata come da un altro merletto. Invece della solita grossa treccia, che le percoteva a mezzo la vita come un anellone di battitoio, una pioggia di lunghi e disordinati ricci rimbalzandole vivamente sulla fronte le grondava pel collo e per le spalle.

Ella s'innoltrava lenta, lenta.

— Mia moglie è qui? egli le domandò per non sapere che dire.

— Vostra moglie! ripetè con accento di ironica meraviglia. Ah! siete venuto per lei? E proseguì verso il camino, che avvampava scoppiettando.

Sedè sull'altra poltrona.

— Potrei, disse Carlo, che avvicinatosi goffamente appoggiava i gomiti sulla spalliera di una sedia, aspettando che ella gli rivolgesse la parola, osservare senza indiscrezione alla signora marchesa, che non mi ha ancora risposto?

— Mi pareva, fece rivolgendosi con un moto pigro.

— Mi avete detto: non siete venuto che per lei!

— Avete ragione: questa non è una risposta. Ma sedete dunque, non sono una regina per avere diritto che mi si parli in piedi.