— Al profumo, come i fiori.
Le mani caddero, e il giovane volgendosi si vide innanzi una donnina gracile ed aristocratica. Vestiva un abito di seta giallognolo a frange di un colore più carico, col corsetto attillato e la gonna dietro raccolta, scoprendo così le forme della persona più sottile ancora che svelta, colle spalle acute e i fianchi pochissimo sporgenti: difetto più grave per la soverchia lunghezza della vita. E il petto senza busto tradiva appena la presenza del sesso, ma quella sua povertà era così insolente e sembrava ricordare così un'opulenza perduta nelle dissipatezze dell'amore, che più gonfio sarebbe stato meno seducente. Il viso aveva un'eguale fisonomia: di un ovale affilato anche troppo, un po' sgualcito, il naso lungo, la bocca grande coi denti magnifici e una fossetta sul mento. I capelli di un biondo italiano, quindi nè dorato, nè setoso, nè lucido, semplicemente biondo, si rialzavano in una eleganza gran parte nascosta dal cappello calabrese, colla tesa da un canto curva come un piatto e all'altro costretta sul cucuzzolo da una fibbia d'acciaio, dalla quale sorgeva una lunga penna di uccello forestiero.
— Mi guardate? gli rispose a una lunga occhiata.
— Lo sapete pure: mi sono promesso il vostro ritratto.
— Sono troppo bella, che non vi riuscite?
— Allora sarebbe già fatto.
— Gentile...
— Perdono, contessa, ma spero che non pretenderete alla solita bellezza dei vecchi e degli scultori. Nulla è più insipido di quella eterna regolarità di forme, e nulla più facile. In arte, come nel resto, io sono un ribelle e non amo le donne che rassomigliano alle statue. È la vostra bellezza che mi piace, perchè non risulta dalla plastica...
— Che cosa scrivevate con tanta attenzione? lo interruppe accennandogli il taccuino caduto.
— Nulla.