Indi:

— Sicchè rinunciate all'arte?

— Non vi pare che le mie Memorie inutili mi diano ragione?

— Sarò sincera: alcune pagine le saltai, molte mi annoiarono, certe mi divertirono. In quel romanzo si sentiva un convulso, una smania di malato: poi qua e là sfuriate poetiche e ridicole, motti potenti e schifosi: sopratutto mi ripugnava l'affettazione del pessimismo.

— Dunque?

— Avanti! come scrivete: parmi che vi debba essere un certo gusto a fare un romanzo.

— Forse: ma non a scriverlo. La felicità nell'arte è come l'amore nel matrimonio. A venti anni noi sogniamo una commedia, un romanzo come le ragazze un marito, ma queste se ne pentono appena accalappiatolo, e noi scritto il primo ci accorgiamo che il secondo sarebbe ancora più imperdonabile. Brutta malattia sognare l'immortalità sentendosi continuamente mortale, moribondo e talvolta morto per giunta!

— L'immortalità? ecco un voto modesto...

— Vi stupisce? eppure nulla di più comune. Non vi è donna così onesta, la quale nel suo segreto non brami di essere agognata dall'uomo che l'avvicina per quanto brutto, non artista che bene o male scrivendo non sogni l'eternità. Voltaire diceva: che se quella gente, la quale piangeva alle sue tragedie, gliele vedesse scrivere calmo e qualche volta annoiato sulla sua poltrona, le fischierebbe indispettita: se potessero conoscersi i sogni fatti sui libri che appaiono, si leggerebbe forse di più. D'altronde i romanzi sono la gran volgarità.

— Quelli che escono in Italia?