Mentre la Francia trascinata dall'ultima forma del cesarismo napoleonico a combattere l'unificazione della Germania per un falso ricordo della politica di Richelieu e di Luigi XIV, sostenendo il papato e rinnegando nella propria tradizione lo spirito rivoluzionario, era stata schiacciata dal maggiore dei disastri, e dibattendosi convulsamente fra le insidie degli ultimi legittimisti e le violenze dei recenti anarchici abbandonava la direzione della politica europea per costituire la propria repubblica; mentre la Germania, avendo d'uopo ancora per unificarsi della più arcaica forma imperiale, doveva tergiversare a ogni ora in ogni questione, smentendo ed usando tutti i principii al coordinamento politico del proprio fatto; mentre l'Austria minata dal germanesimo e dal panslavismo, povera, eterogenea, battuta, non aveva conservato altra unità che la dinastica e altra forza che la tradizione: mentre la Russia si educava nell'immenso duello fra nichilismo e assolutismo, e l'Inghilterra rientrata nella propria isola scemava la propria azione europea per accrescerne la propria attività cosmopolita; era il momento per l'Italia, giovane, forte, figlia ed erede della rivoluzione francese, di entrare in Europa capitanando i diritti e le aspirazioni dei popoli. Ella sola, non vincolata da tradizioni, con una storia più lunga e gloriosa di ogni altra, poteva mettersi al centro della rivoluzione francese maturandola in Europa.
L'Italia, necessaria per ragioni d'equilibrio, era invincibile: nessuno avrebbe potuto attaccarla senza suscitare una guerra europea. Appoggiata sulla Francia, colla Spagna di dietro, banditrice della rivoluzione, avrebbe avuto tutti i popoli con sè; la sua influenza, la sua potenza sarebbero miracolosamente cresciute. Bismark preso fra la Francia e la Russia, poco aiutato dall'Austria, non sarebbe più stato onnipotente; la sua immensa opera germanica, ancora poco compatta e troppo combattuta fra la tradizione imperiale e lo spirito rivoluzionario, fra il particolarismo dell'antica feudalità e l'antagonismo delle religioni cristiane, gli avrebbe impedito di occuparsi tanto dell'Europa.
Era il grande momento dell'Italia! Cavour lo avrebbe compreso,
Rattazzi l'avrebbe osato; Depretis non comprese e non osò.
La sua politica estera, ammalata di monarchismo, osteggiò la Francia perchè repubblicana, appoggiandosi a Bismark, mentre questi aveva bisogno d'appoggi; trascinò il re a Vienna per ottenergli lo sfregio di una visita non restituita. E questo insulto dovremo pur vendicarlo! Al congresso di Berlino si presentò come subalterno e mendico, e fu accettato per tale. All'interno tutta la sua politica mirò alla disorganizzazione suprema dei partiti, i quali naturalmente disorganizzati dal nuovo momento storico, nel quale avevano a ricomporsi mutando base e metodo, si disciolsero. Fu il regno della confusione e dell'atomismo. Maggioranze e minoranze si addensarono e si rarefecero non lasciando nuclei; le migliori tradizioni rivoluzionarie, i più alti sentimenti politici s'infransero: abilità suprema fu il trionfo nelle votazioni, ultimo scopo la durata del Ministero. E in esso, con triste novità d'esempio, passò e ripassò una folla di uomini mediocri che venivano ad annullarvisi, mentre Depretis solo durava, Proteo indefinibile ed inafferrabile, che tutti condannavano e nessuno poteva colpire; politicante monarchico, che comprometteva la monarchia opponendola alla rivoluzione e sacrificandole le glorie e gl'interessi della patria.
Nullameno l'Italia doveva agire. Questa necessità, facendosi a mano a mano più intensa, forzò la politica di Depretis: Bianchi era stato trucidato, la spedizione d'Africa fu risoluta. Ma se la Francia, insignorendosi di Tunisi, era stata rapida e sicura; l'Inghilterra, conquistando l'Egitto, violenta e superba: l'Italia fu depressa e timida. Non si osò parlare, si temette di provveder troppo, si lesinarono i denari più necessari, si negarono le truppe, si economizzarono i bastimenti. Non era l'Italia, non una grande nazione che agiva: parve si aspettassero permessi, si cercasse di non essere avvertiti, non si volesse essere giudicati.
A dirigere l'impresa Depretis con servile cinismo aveva chiamato il conte di Robilant, soldato mutilato e diplomatico peggio che impotente, il quale, ambasciatore a Vienna, aveva procurato al Re lo sfregio di visitare come un vassallo, al quale non si rendono le visite, l'imperatore d'Austria. Mentre occorreva un uomo di Stato forte ed abile, l'Italia non ebbe che un parlamentare logoro e un diplomatico monco.
Un immenso palpito di passione e di orgoglio sollevò tutti i cuori italiani, quando salparono i primi bastimenti. Il mare era bello, il cielo sereno; Napoli sublime, distesa sovra i suoi colli, salutava augurando i vascelli che s'allontanavano, fisa al fumo delle vaporiere come al fumo d'imminenti vittorie. Finalmente! L'Italia, che dopo le umilianti sconfitte di Custoza e di Lissa si era con immensi sforzi d'economia e d'ingegno ricostituita una marina e un esercito, li avventava sull'Africa.
Urràh! marinaio, tu porti la fortuna d'Italia! Urràh, marinaio! Le navi sparirono all'orizzonte e tutto ricadde nel silenzio.
Solo di quando in quando si avevano notizie di minimi fortilizi costrutti, di brevi acquedotti scavati, di capanne nelle quali i soldati basivano dal caldo. Erano pochi, stavano inerti. Il Governo, per sapiente economia, non aveva nemmeno allacciato il teatro della guerra con un cavo sottomarino a qualcuno delle grandi stazioni telegrafiche.
Intanto la democrazia riprendendo il cicaleccio femminile s'impietosiva sulla sorte dei soldati, o spropositava sul diritto dei selvaggi; il Governo inoperoso dimenticava l'impresa pel quotidiano dibattito parlamentare. Bande nomadi, racimolate dal più feroce e dal più abile dei generali abissini, scorazzavano minacciose sui confini del nostro campo, marcato da fortilizi sprovveduti, mal difeso da truppe così scarse, che non potevano nemmeno comunicare fra loro senza pericolo.