La guidava il tenente colonnello De-Cristoforis, e si componeva di tre compagnie distaccate da varii reggimenti; in tutto forse un cinquecento uomini. Non avendo potuto trovare i cammelli necessarii al trasporto delle munizioni chieste dal comandante di Saati, non era potuta partire che alle 5 antimeridiane. Per unica artiglieria scortava due mitragliere. La marcia era rapida.
I soldati, consapevoli dell'attacco di Saati, camminavano fieri e guardinghi; erano tutti giovani di venti anni, usciti ieri dalle case paterne, che non avevano mai provato il fuoco. Il silenzio solenne del pericolo, la prima emozione dell'eroismo stringevano le loro coscienze. Avevano lasciato Monkullo; sarebbero giunti a Saati?
Le due compagnie rimaste a Monkullo attendevano: un eguale pericolo le minacciava. Ras Alula dov'era? Dove sarebbe piombato dopo la ritirata di Saati? Le sue forze erano relativamente immense, i suoi soldati feroci. Tutti sapevano che il maggiore generale Genè, da molti mesi chiedeva invano rinforzi al Ministero impigliato entro un ignobile dibattito parlamentare.
Alle 11 antimeridiane il capitano Tanturi riceveva due biglietti dal colonnello De-Cristoforis, il primo, datato ore 8,30, diceva: che giunto presso Dogali aveva cominciato il fuoco contro il nemico immensamente superiore di numero, e che le mitragliatrici si erano spezzate; il secondo, datato ore 9,30, dichiarava: che senza un aiuto di uomini e di cannoni non poteva più muoversi.
Dalle nove alle undici la tragedia doveva essersi compita.
Il capitano prese una mitragliatrice, una compagnia, e partì. A che scopo? Con quale idea? Se Ras Alula aveva attaccato la colonna De-Cristoforis, a quell'ora doveva già averla distrutta. Una compagnia e una mitragliatrice non potevano certo ristorare le sorti della battaglia. Partì: Mohamed Nur, che doveva seguirlo coi basci-buzuc, vi si ricusò naturalmente; otto soli fra essi s'accompagnarono coll'interprete Raduc.
Era una marcia verso la morte.
Lasciamola raccontare a lui.
«….. Poco dopo le tombe di Dogali vidi una cassa di mitraglia senza polvere e spolette, e quasi nel medesimo tempo i basci-buzuc, che erano in esplorazione, segnalavano la presenza del nemico. L'interprete, interrogati due indigeni, mi disse che tutti i nostri erano stati massacrati, e che gli abissini erano ancora numerosissimi ed in posizione.
«Ciò mi sembrò esagerato, come di fatto (essendo l'interprete poco dopo fuggito pieno di paura), e proseguii la marcia. Giunto là dove la valle si allarga di un poco, gli esploratori tornarono di corsa avvisandomi che si avanzavano cavalieri abissini. Presi immediatamente posizione facendo staccare la mitragliera e formando la compagnia in quadrato. Nello stesso tempo mandai tre soldati nella direzione ove era stato segnalato il nemico. In questo mentre l'interprete e parte dei basci-buzuc scomparvero. I soldati tornarono presto dicendomi che non avevano visto altro che tre o quattro cavalieri abissini correre velocemente verso Saati. Per essere più sicuro mandai il tenente Sartoro con una piccola pattuglia sulla mia destra, e questi ritornò riferendomi che non vi erano nemici, ma che aveva visto basti da cammello, un cammello morto, casse di cartuccie vuote, scatolette di carne, ecc. Nello stesso tempo feci arrestare un pastore Saortino che si trovava ivi presso nascosto.