I tempi politici della sua giovinezza ingrossavano.
La Romagna, terra di ribellioni, era tutta agitata da idee liberali ancora torbide ed incerte. Il governo papale discendendo la propria parabola millenaria era arrivato al di sotto del ridicolo nell'impotenza, oltre la nausea nella corruzione; la sua stessa religione, così robusta storicamente per guerre durate e battaglie vinte, sembrava ed era profondamente malata. Il clero romagnolo, numeroso come le cavallette, non aveva nè coraggio nè capacità politica, nè valore intellettuale. Dominava tutte le attività della vita pubblica e una invincibile anemia lo esauriva: senza idee e senza passioni, gli erano rimaste le abitudini delle une e i vizi delle altre. Oppugnando l'immenso sviluppo della civiltà moderna, non ne sapeva nulla: vantava il proprio passato, e lo ignorava; a corto di ragioni, non sentiva più la poesia; accattone di aiuti assassini da tutti gli stranieri, non sapeva e non poteva esercitare sui popoli una autorità che non trovava in se stesso.
Questo periodo di storia religiosa e civile oggi conchiusa non fu ancora abbastanza studiato.
Don Giovanni lo visse.
Persecuzioni minute e ridicole inferocivano. Si imprigionava senza processo, ma non si osava uccidere nemmeno condannando a morte: nei pochi casi di esecuzione capitale il governo si rivolgeva all'Austria, della quale stipendiava le truppe, e l'Austria fucilava colla ipocrita ragione di una ribellione militare. L'epoca dei grandi inquisitori era passata. Quel governo moribondo, incapace di saper morire, non sapeva nemmeno ammazzare. Ma in fondo è la medesima cosa ed esige le stesse facoltà.
Don Giovanni, uomo fra un clero che di virile non gli era rimasto che il sesso, era troppo avveduto per dividerne gli ultimi morbosi capricci. La forza della sua natura mantenuta dalla rozzezza della razza e da una vita incessantemente rimescolata fra persecutori e perseguitati, fra una gente che anelava alla libertà come alla prima delle virtù, e una casta che pretendeva ancora la servitù verso sè medesima come primo dovere verso Dio, lo fecero istintivamente tenere per un dì coloro, che volevano essere uomini ed italiani contro gli altri, suoi compagni o superiori, che non essendo nè l'uno nè l'altro pretendevano imporre la propria incapacità come un divino ideale.
Ma prete campagnolo e cacciatore, optando per il popolo contro il governo, non vide sciolto alcuno dei grandi problemi, che prima di lui avevano perduto tanti illustri sacerdoti e dovevano seguitare a perderne altri ancora.
La modestia delle sue brame e delle sue idee gli aveva sempre impedito di comprendere le necessità avviluppate e profonde del potere temporale. Non avendo nè a salire nè a discendere per restar prete, il suo buon senso di villano gli suggeriva fatalmente una equazione fra sè stesso e il papa. Perchè questi non potrebbe restare papa senza regno, se egli poteva rimanere parroco senza i poderi della parrocchia? Dio era buono e l'umanità infelice; Cristo l'aveva redenta, lasciandola nel dolore come in un aroma che le impedisce di putrefarsi. Tutto il resto era rito, culto, bisogno di rappresentazione e di traduzione per la povera gente: il cristianesimo non era che il sacrificio di Dio per tutti e che ognuno doveva ripetere per sè e per gli altri.
Come il cristianesimo erasi sviluppato nel mondo vincendolo? Per lui il problema era facile: il cristianesimo era vero. Perchè dal pontificato era sorto il papato? Necessità di tempi e di disciplina. Perchè il cristianesimo lacerato sempre dalle eresie aveva finito per scindersi in cattolicismo e in protestantesimo? Egli l'ignorava. Secondo lui il cattolicismo avendo ragione ne aveva abusato, il protestantesimo poteva aver torto, ma il suo errore non provava nè malvagità di mente nè corruzione di cuore. E non ci pensava oltre.
Il vangelo bastava a tutti e a tutto.