Se i grandi spiriti religiosi coglievano nel cattolicismo i difetti derivati dalla sua organizzazione e dalla supremazia vaticana, il popolo sentiva vivamente nel clero la mancanza di religiosità; quindi credulo e beffardo accettava i dogmi e rideva dei precetti, si lasciava ammaestrare e spogliare, ricordandosi delle spoglie e dimenticando gl'insegnamenti.

I preti, mutata l'antica parola, infedeli, nella nuova di giacobini, minacciavano senz'ira e senza paura dagli altari sempre parati a festa: parlavano di rivoluzionari credendovi poco e non comprendendoli affatto. In fondo si tenevano sicuri e ridevano dei frequenti moti di ribellione come di un malcontento prodotto dalla inguaribile corruzione di tutti i tempi; pronti nullameno a combatterla col ferro e col fuoco. Ma se la teorica e il sistema inquisitoriale duravano, gli uomini erano mutati. Ai terribili asceti della tirannide, che avevano curvato con una mano il mondo dei fedeli alle proprie ginocchia respingendo coll'altra le ultime invasioni degli infedeli, erano succeduti preti nè credenti nè increduli nè scettici: ubbidienti al papa perchè i suoi ordini non imponevano sacrifici, simpatizzanti senza gratitudine cogli stranieri che guarentivano loro i beneficî delle antiche posizioni.

Le ultime grandi anime religiose, i veri discendenti dei grandi
inquisitori erano i sacerdoti condannati, i nuovi apostoli ribelli.
Èvvi davvero molta differenza fra lo spirito di Torquemada e quello di
Lammenais?

Don Giovanni, solo, nel piccolo paese di Modigliana, poco occupato nelle funzioni ecclesiastiche e sempre distratto dalla caccia, non sapeva nulla dell'immenso moto religioso che sollevava l'Europa, o intendendone qualche motto bizzarro a un pranzo di parroci ove capitassero professori di seminario, alzava le spalle. Tutte le eresie dovevano secondo lui finire a un modo. Perchè discutere tanto stiracchiando le parole? Sentire ed agire, ecco la verità: il sentimento viene da Dio e non falla, l'azione viene dal sentimento e lo realizza.

Allora i giornali erano pochi e i libri si fermavano quasi tutti nelle città.

Pochi leggevano, Don Giovanni non leggeva affatto.

Nella sua camera, dopo morto, entro una scansia tarlata e sverniciata non si sono trovati che cinque o sei libri, forse i medesimi che gli avevano servito in seminario. Per credere nella grandezza d'Italia e desiderarne appassionatamente la risurrezione non aveva certo avuto bisogno di leggere il Primato del Gioberti: le prove storiche della grandezza italiana l'avrebbero imbarazzato senza accrescere il suo orgoglio patriottico, mentre la sua conoscenza del clero gli avrebbe tolto di cedere alla illusione che dal papato potesse venire una vera rivoluzione nazionale.

Egli sentiva che il papa non poteva differire dal vescovo di
Modigliana, pel quale il paese non era che un vescovado.

Il cattolicismo, composto a quel modo, per diventare rivoluzionario avrebbe prima dovuto rinnovare sè stesso; ma don Giovanni ignorante pieno di buon senso ricusava d'inoltrarsi per così vasta e difficile questione.

Troppe cose per questo avrebbe potuto intendere e sapere. Roma non ostante i suoi abbominii in tutti i secoli, non aveva ancora mancato a sè medesima: pagani e barbari dopo averla inutilmente oppugnata erano caduti ginocchioni sotto le sue mura: le eresie lacerandola non erano riuscite a scinderla, l'antagonismo dei pontefici cogli imperatori o dei papi fra loro non l'avevano abbattuta; ad ogni disastro, ad ogni abbandono, quando tutto sembrava perduto, Roma risorgeva improvvisamente dominatrice più alta di prima.