Quindi i pochi eccessi rivoluzionari, che falsavano la nuova libertà, bastarono a molti per abbandonarla, evitando loro di risolverne il problema nella coscienza. I rivoluzionari rimasero pochi ma intrepidi, i cattolici furono troppi ma quasi tutti vili, certo tutti inetti, aspettando dall'Austria più che da Dio la pacificazione d'Italia.
Il clero che negli antecedenti begli anni della letteratura cattolica liberale si era abbandonato a tutti i lirismi del sacrificio, rientrò frettolosamente nel secolare egoismo: nessuno osò scindere le questioni che il Vaticano fondeva in una sola. Pontificato, governo temporale, romanismo, cattolicismo, cristianesimo, tutto si confuse nell'anatema lanciato dal papa alla rivoluzione e rimase identico nella coscienza del clero. I vantaggi della sua posizione storica minacciati dalla rivoluzione gli tolsero la vista delle grandi riforme da lui stesso invocate, mentre l'emancipazione dello Stato dalla Chiesa proclamata altamente dai liberali lo guariva quasi istantaneamente dalla passione della libertà.
Immaturo per la propria riforma, il clero non poteva accondiscendere nella rivoluzione.
I suoi più grandi pensatori, riprovati da Roma, non avevano osato nemmeno nello sdegno della propria condanna precisare la riforma cattolica; imbarazzati fra loro nella parte dogmatica, non riuscirono che a maledirsi scambievolmente ponendo il problema della nuova costituzione ecclesiastica. Quindi le esigenze della libertà e della autorità sviandoli nel pensiero li esasperarono nel sentimento già atterrito dalla insurrezione e dal silenzio del popolo, fra cui predicavano. Invece di una riforma religiosa, questi domandava una rivoluzione politica. Il cattolicismo non era più un bisogno ideale dello spirito popolare: i suoi dogmi, la magnificenza della sua universalità non commovevano più, mentre la violenta interpretazione papale riassumendo tutto nel vaticanismo aveva già prodotto negli spiriti quell'indifferentismo beffardo e desolato, che Lammenais prima di ribellarsi aveva cercato di combattere con un fervore di fede pari allo splendore dell'eloquenza.
E a poco a poco i nuovi eretici trascinati dallo stesso spirito novatore erano saliti dal campo religioso nel filosofico, abbandonando la sicurezza dell'insegnamento cattolico, prono ma sodo, per smarrirsi non visti dal popolo fra la turba dei grandi pensatori, che cercavano già donde verrebbe la nuova religione.
Il problema del rinnovamento cattolico, intuito nella prima metà di questo secolo, non sarà veramente dibattuto che nel secolo seguente e risolto chissà in quale.
Certo prima di esaurirsi il cattolicismo, che sta rincorporandosi tutto il cristianesimo, deve produrre in sè stesso nuove interpretazioni e forme favorevoli alla espansione degli ideali, che oggi ancora contunde nella idolatria o deprava nella politica.
Il clero italiano fu come da moltissimi secoli al di sotto della propria posizione, il più vile di tutto il cattolicismo. La corruzione vaticana scemandogli il carattere religioso gli aveva tolto, e non gli ha ancora restituito, il carattere umano. Mentre l'Italia insorgeva contro l'Austria in una guerra d'indipendenza scevra di questione religiosa, e la rivoluzione assaltava il Vaticano scacciandone il papa per conquistare la libertà religiosa e politica, il clero non osò essere nè italiano nè cattolico combattendo l'Austria o schierandosi col pontefice. La viltà del Vaticano, che oppugnava l'Italia per conservarvi il minimo regno, si ripetè in tutte le parrocchie; i curati trepidanti pei proprii beni lasciarono a Dio l'ufficio di salvare il papa, e non uno di loro tentò di mettersi alla testa dei molti fedeli per difendere, ultimo crociato, la tomba degli apostoli, o salire almeno il pulpito per dire ai contadini che l'Austria tiranneggiando l'Italia aveva il medesimo torto dei settari insignorendosi di Roma.
Invece ripeterono a bassa voce la parola di Gesù altrettanto vera nella filosofia che falsa nella storia: date a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare; ma il nuovo Cesare stava a Vienna, e quanto a Dio, i suoi beni e i suoi diritti erano quelli medesimi delle parrocchie.
Sullo scorcio del secolo passato il clero francese morendo nella Vandea per il proprio re si era contemporaneamente battuto per la Francia contro gl'invasori, e la rivoluzione aveva dovuto stimarlo, e Napoleone poco dopo l'aveva riconfermato. Il clero italiano, ignobile ed ignaro, non volle morire nè per l'Italia nè per il papa, e visse a sè medesimo.