Come Don Giovanni giudicò la rivoluzione del 48? Che cosa pensava dei principi e del popolo? Di Carlo Alberto e di Pio IX acclamati primi, di Mazzini e di Garibaldi arrivati ultimi?
Il suo pensiero non è rimasto scritto, ma la sua vita lo ha chiaramente rivelato.
In tutto quel periodo, come prima e come dopo, seguitò la vita di cacciatore ascoltando forse sulle cime dei monti nell'aria trepida il rombo immaginario delle battaglie infelici, che si combattevano per l'Italia. Intorno a lui tutto era calmo. I contadini non s'occupavano che dei ladri infestanti per la mancanza di un qualunque governo, mentre giù nel paese invece la grossissima maggioranza assisteva alla rivoluzione come ad una avventura della quale era già previsto lo scioglimento. Nessuna fede, nessuna idea netta; qualche sentimento generoso fra molti avari, una certa smania di novità frammezzo abitudini che la morte poteva interrompere, non già la vita mutare; paure e ignoranze, viltà di ogni servitù, gelosie di qualunque grado. La rivoluzione non era possibile, il popolo non la sentiva. Invano una piccola minoranza aveva profuso da molti anni e seguitava a profondere eroismi di pensiero e di cuore, prodigava sangue e danaro, dimenticando tutta sè medesima nella passione della patria da redimere; la patria indolenzita e indolente rimaneva accovacciata sotto le sedie dei propri tiranni, guardando con stanco sorriso coloro che tentavano di scuoterla ed arrischiavano in questo la vita.
L'Italia allora non aveva nè un re, nè un generale, nè un politico.
In qual guerra aveva trionfato Carlo Alberto? E non era che re di Piemonte, e non aveva osato dire alteramente all'Italia: sii mia! Quale fra i tanti ministri dei tanti piccoli Stati sarebbe stato così forte da soffocare la voce degli altri per farsi intendere dall'Europa? Il migliore, quello del papa, Pellegrino Rossi, smarriva ogni senno politico nel sogno di un papato costituzionale.
Tutti gli italiani erano stranieri fra loro: piemontesi, napoletani, lombardi, toscani, veneti, umbri, siculi, divisi per storie, per indole, per produzione non avevano in comune che la servitù, e anche questa diversa, cosicchè il dolore e l'odio frazionandosi s'impicciolivano. Mazzini solo era italiano, ma la sua opera e la sua fama male interpretate gl'impedivano d'abbracciare tutto il popolo. La minoranza rivoluzionaria sola gli ubbidiva adorandolo. Garibaldi sbarcato allora dall'America era per la gente volgare uno sconosciuto, per tutti quei soldati invecchiati nelle parate un avventuriero ricondotto in patria da bramosia di saccheggio.
I Governi, invece di confederarsi, patteggiavano contemporaneamente coll'Austria e colla rivolta, conservando verso l'una molte velleità d'indipendenza, verso l'altra tutte le pretese del comando. Solo un forte moto di unità, rovesciando quei piccoli troni e galvanizzando le piazze nel nome della repubblica, armandole, lanciandole sullo straniero, avrebbe potuto trionfare; o un re temerario e abile come Enrico IV, che affermandosi re d'Italia avesse nel suo nome eccitata la rivolta e guidata la guerra contro l'Austria, avrebbe avuta qualche probabilità di riuscita. Mazzini tentò la prima proclamando la repubblica romana, nella quale, se persistente, tutti gli Stati d'Italia sarebbero scomparsi; ma nell'ultima ora quando tutto era perduto, e salvò con eroismo pari all'ingegno l'onore della rivoluzione. Napoli e il Piemonte avrebbero potuto cimentarsi nella seconda impresa, ma i loro re capaci di aspirarvi per vanagloria non ne ebbero l'animo, tradirono o fallirono, poco sinceri nel sentimento, meno italiani nel concetto.
E questa rivoluzione preconizzata da tanto splendore di arte, preparata con lungo studio, assistita da tutte le forze, in un anno appena si logorò e parve svanire. Il popolo in massa non vi aveva che assistito.
Gl'italiani erano vinti. I campi veneti e lombardi fumavano di sangue, in tutti i paesi la reazione del dolore e della paura sopraffaceva l'entusiasmo della rivolta.
A sera la malinconia delle prime ore era più triste, il pianto si mesceva colla rugiada. I volontari ritornavano sbandati maledicendo e ascoltando le maledizioni ai generosi, che avevano predicato la guerra. Si vantavano la pace umiliante, le molli delizie della servitù.