Garibaldi già disceso aiutava un compagno.
—Sono io, disse Don Giovanni.
—Sono io, rispose Garibaldi.
Tutto era detto.
—Andiamo?
—Il mio compagno è ferito e non può camminare, soggiunse Garibaldi con voce calma.
Don Giovanni, che aveva riacquistato tutta l'energia della propria natura nel pericolo di quel momento, ebbe un impeto che frenò a stento. Che importava del compagno?
La strada era pericolosa, da un istante all'altro si poteva essere sorpresi. Perchè imbarazzarsi di un soldato? Egli, Don Giovanni, andrebbe avanti: al primo incontro ripiegherebbe; se fossero gendarmi direbbe a Garibaldi di fuggire e resterebbe a divertirli facendo fuoco. Perchè un compagno? mormorava nel proprio pensiero.
—Bisogna trovare una vettura.
La voce del generale era dolce ma imperiosa. Don Giovanni ubbidì; proseguirono essi a piedi, il ferito sul carrettino che li aveva condotti. Lungo la strada abitava un altro parroco, amico e congiunto di Don Giovanni; questi batte all'uscio, lo fa alzare, gli domanda cavallo e carrettino. L'altro acconsente. Don Giovanni fa guidare al garzone di casa, tanto per aver qualcuno da ricondurre il cavallo; giungono al Marzeno. Il temporale ha mutato il fiume pacifico in furioso torrente.