E dalla porta tutti gli sguardi si riportarono sul palcoscenico. Una scena calata in fondo lo lasciava in tutta l'ampiezza del suo vano. A sinistra una luce filtrante da un vicolo per gli aperti finestroni lo illuminava melanconicamente. La tela, che lo chiudeva in fondo, rappresentava una parete di camera aristocratica colla porta tutta ornata di goffi rabeschi: due ritratti degli antenati comuni a tutte le commedie, un cavaliere del secolo passato in cappellaccio piumato e bavarina bianca, e una dama scollacciata, in abito rosso orlato di merletti bianchi, lo fiancheggiavano; e al di sopra della porta un piccolo quadro chiuso in una povera cornice dorata rappresentava Garibaldi. Il Generale era dipinto colla berretta in capo, avvoltolato nell'immenso mantello cilestro. La sua testa rimasta bella attraverso le falsificazioni di tutti i ritratti si distingueva male, e nullameno tutti la riconoscevano e a tutti quella nobile e semplice fisonomia faceva la stessa impressione. Non uno degli schiamazzatori che, voltandosi al palcoscenico ed incontrando quello sguardo immaginario, non smettesse di vociare colto da un senso affettuoso e pauroso di rispetto. Sotto al ritratto del Generale, più innanzi verso la ribalta, una lunga tavola coperta di un vecchio tappeto mezzo lacero, prestato dalla generosità del Municipio, aspettava il Comitato del comizio: una poltrona interrompeva a mezzo la fila delle sedie imbottite promettendo nel Comitato un personaggio, che nessuno ancora conosceva. La poltrona era di un rosso sbiadito e bisunto.
Chi mai l'avrebbe occupata?
Questa domanda, che mi rivolgevo mentalmente, la sentii ripetere più volte intorno a me.
Sulla tavola quattro candelabri d'argento a tre branche cariche di candele steariche, che sgocciolavano sotto il vento delle finestre imitando la fiamma delle torcie, non accrescevano per nulla la luce al palcoscenico. Pochi individui vi passavano ancora, forse incaricati della polizia del comizio, faccendieri vestiti anch'essi a festa e tutti superbi di occupare momentaneamente la scena destinata agli oratori e ai principi del Comitato.
Gli squilli della fanfara si avvicinavano sempre; la moltitudine si era calmata improvvisamente.
Dal mio palchetto di secondo ordine, già abituato alla poca luce della sala, non perdevo una fisonomia della moltitudine. Il grosso e bel lampadario solito ad illuminare il teatro era scomparso dietro il zodiaco della vôlta lasciando libera in giro la vista dei palchi. L'aria era calda, la gente già in sudore si asciugava le fronti.
—Viva Garibaldi!
—Viva l'Eroe! s'intese dal loggione.
In quel momento le fanfare entravano nell'atrio del teatro, e una colonna compatta, irresistibile sfondando la folla accalcata sulla porta della platea, si dilatava dentro la sala in torrente. Il corteo era arrivato. Quasi contemporaneamente dalle quinte a destra del palcoscenico irruppe un'onda di bandiere. La musica era cessata forse per la impossibilità di mantenere le bande allineate nelle corsie, ma le ultime note dell'inno garibaldino vibravano ancora nell'aria. Un immenso fremito corse nel teatro. Tutti quegli stendardi dalle lancie dorate, dai colori vivaci ondeggianti, che sfilavano e s'accalcavano sotto il ritratto del Generale, benchè appartenenti a pacifiche società operaie, parvero parlare a tutti di battaglie; e i sibili della seta, i riverberi delle frangie, l'addossarsi dei gruppi che per la esiguità dello spazio si scomponevano entrando l'uno nell'altro mentre i vessilli oscillavano, le trombe finalmente arrivate lanciavano gli ultimi trilli e la luce intercettata da tutto quel tumulto si velava, sembrarono comunicarlo alla folla. Le bandiere erano così alte e folte che il loro panneggiamento copriva tutto lo sfondo intorno al Generale. Le fantasie s'infiammarono, i cuori batterono. A tutti sembrò che quel ritratto si animasse. Le memorie delle cento battaglie vinte, degli eroismi prodigati, ripalpitarono in fondo a tutte le coscienze, mentre una bontà di commozione dolorosa e superba, riavvicinandole, traeva un urrah irresistibile da tutti i petti.
La figura di Garibaldi saliva fra le bandiere in una luce tragica di crepuscolo.