Il medio-evo aveva avuto due scuole politiche: l'una guelfa e l'altra ghibellina. San Tomaso ed Egidio Colonna dominarono nella prima, Dante Alighieri e Marsilio da Padova brillarono nella seconda. Per San Tomaso la Chiesa era la sola vera unità della vita che cominciata sulla terra si compieva in cielo: il Papa riassumeva nella propria autorità questa unità e doveva dirigere la storia verso il fine che la trascendeva. Per Dante il fondamento della società è nel diritto, che divino anch'esso, essendo la giustizia voluta da Dio, à nullameno indipendente dalla religione e costituisce la base dell'impero. L'Imperatore sintetizza in sè l'Impero come il Papa la Chiesa: debbono armonizzarsi non sovverchiarsi; entrambi universali ed indiscutibili, non dipendono che da Dio, del quale hanno in deposito sacro l'autorità e la verità. Malgrado parecchie buone osservazioni storiche sul mondo romano e le inconscie ma innegabili tendenze alla emancipazione della società laica dalla ecclesiastica, Dante non ebbe e non avrebbe voluto avere il concetto dello stato laico, che molti apologisti si ostinano ancora ad attribuirgli. Il suo dissidio con San Tomaso rimane entro la cerchia incantata della scolastica, e il suo impero è piuttosto un riflesso che un avversario della Chiesa.
Con Marsilio da Padova, che la Germania sembra aver scoperto all'Italia, appare invece e sfolgoreggia il concetto dello stato moderno. Nel suo Defensor Pacis, il libro più meraviglioso del medio-evo, la polemica lo porta così alto da volere addirittura sottomessa la Chiesa allo Stato; quindi esamina i vari ordini dell'attività umana, determina molte funzioni sociali, separa il potere esecutivo dal legislativo emancipandosi primo dall'autorità tirannica di Aristotile. La monarchia di Marsilio è quasi una repubblica rappresentativa colla sovranità assoluta del popolo: la Chiesa risiedente nella universalità dei credenti e nelle Sacre Scritture non ha alcun potere coercitivo nemmeno sugli eretici. Se Dante nella sua Monarchia secondo la bella frase di James Bryce dettò l'epitaffio dell'impero, Marsilio nel Defensor Pacis scrisse la prefazione della riforma evocando dal futuro lo stato moderno. Certo egli non poteva dir tutto, nè tutto bene come il Villari vorrebbe, ma nessuno, il Macchiavelli compreso e venuto tanto tempo dopo, disse di più. Dopo questa grande vittoria di Marsilio sulla Scolastica, ottenuta con uno sforzo allora incompreso e oggi ancora quasi incomprensibile, non vi furono altri grandi tentativi. Fra l'Impero e la Chiesa non più così compatti avversari, avendo involontariamente colle loro discordie cooperato alla trasformazione dei Comuni in piccoli Stati entro i quali l'equilibrio degli sforzi e la moltitudine delle minime differenze favorivano in fatto la libertà, il grande dissidio teoretico parve sopito. Quindi l'erudizione dissuggellò il mondo classico traendone concetti e ragioni politiche prima ignote o trascurate. L'antico Stato pagano, già rievocato da Dante, abbacinò tutte le menti nel confronto involontario coi piccoli Stati del tempo; la sua virtù politica signoreggiò come ideale di grandezza storica la virtù cristiana.
Ma i molti eruditi, che scrissero allora trattati politici, fecero misture di massime cristiane e pagane piuttosto per esercitazione rettorica e con intendimenti di sermone che con vero scopo di battaglia politica o intenzioni di scienza. La quale doveva tardare ancora troppi secoli a nascere. In quella lotta di minimi Stati, che inermi e padroneggiati dai condottieri preferivano naturalmente la guerra degli imbrogli a quella delle armi, era sorta intanto una diplomazia ribalda ed astuta, nella quale lo studio degli uomini e il conflitto degli interessi menavano inconsciamente all'esame delle realtà storiche. Ma poichè mancava lo Stato italiano e la coltura intellettuale non si appoggiava sulla base solida di una coscienza nazionale, non era possibile trovare le vere leggi sociali e la media dei singoli interessi, o dalla morale puramente precettiva delta religione risalire al diritto per determinare di qualche guisa i rapporti dell'individuo collo Stato. Poi la storia avviluppata in quella molteplice tragedia di tutte le forme medioevali dissolventisi non mostrava indirizzo; il Comune era moribondo, lo Stato non nato, la Federazione impossibile, l'unità inconcepibile, l'indipendenza dallo straniero un desiderio mutevole negli interessi d'ognuno, la libertà libera, secondo la bella frase di Macchiavelli sugli Svizzeri, un mistero che solo l'unità dello Stato e l'eguaglianza politica degl'individui potevano rivelare.
Macchiavelli e Guicciardini capitarono in questo mondo e lo scrutarono.
Se San Tomaso ed Egidio Colonna avevano formulato nella loro teorica il concetto dell'universale politico del medio-evo, Macchiavelli e Guicciardini esposero in vari scritti le idee del particolarismo che era la caratteristica del loro secolo. Nessuno di loro due fu filosofo, ma cresciuti piuttosto nel disprezzo della filosofia che il neo-platonismo del Ficino aveva finito di screditare presso gli spiriti pratici, tendevano alla giurisprudenza senza raggiungerla, come alla migliore scienza del particolare e alla vivente tradizione di quella Roma nella quale tutti più o meno cercavano un modello.
E da Roma s'inspirò la maggior opera politica del Macchiavelli.
Ritiratosi, per evitare forse nuovi sospetti, nell'anno 1513 alla sua piccola villa in Percussina e disperato dell'aspettarvi sempre un ufficio non mai promessogli, si pose con più ardore allo studio. La politica che aveva amato come una donna, e dalla quale era stato respinto, lo perseguitava ancora con fantasmi e problemi. Non essendo mai stato abbastanza forte per dominarla imponendole le proprie idee, gli si acuiva ora naturalmente il desiderio di penetrare il segreto delle sue, scoprendo i reconditi motori delle sue così strane mutazioni e come si sviluppassero le sue forme; perchè si vincessero l'una l'altra con perpetua vicenda, in qual modo gli uomini cangiassero entro di esse e sopratutto come vi si potessero mantenere. Era come una rivincita della sua passione, l'estremo sforzo di un amante che cacciato dalla bella la decompone analizzandola e si rialza vittorioso dell'averla finalmente capita. Comprendere non è forse più che volere? Il pensiero non è sempre maggiore dell'azione?
Il fondo artistico della sua natura fermentava. Tutte le osservazioni e le esperienze di quei quindici anni d'esercizio politico gli si risvegliarono tumultuando nel pensiero. Era una ressa nella quale nessun fatto andava perduto, nessuna idea restava nascosta. Una luce bianca e fredda gli rischiarava la memoria, come il sole fa a certi giorni limpidi d'inverno quando la terra è tutta coperta di neve. Pensiero, anima, tutto gli si assorbiva nella memoria. Firenze col suo interessante esperimento del nuovo governo mediceo, e l'Italia stessa con tutta la sua tragedia di dolori e di pericoli, non esistevano più; in lui la curiosità del grande problema politico soffocava persino lo spasimo della sconfitta. Non gl'importava più nulla di essere un vinto. Voleva scoprire e sapere. Non era un filosofo e non si alzava troppo smarrendosi nell'astrazione, come più tardi doveva fare Vico cercando le massime leggi della storia; la sua era l'astrazione artistica che non oltrepassa la psicologia e non dissecca mai i fatti che analizza e non dissolve mai le forme che scruta.
Studiava la stessa politica, che aveva vissuto, fatta solamente di passioni, di bisogni, di idee individuali. Tutto quanto trascendeva l'individuo rimaneva inutile all'individuo stesso ed al problema. La vita era una realtà. Lo Stato non essendo composto che di individui, questi dovevano fatalmente contenere il secreto della sua vita, giacchè ogni società è basata sulla natura dell'uomo che pensa, sente, opera unicamente per sè. I più forti s'impongono, i più deboli subiscono. Ma come possono i forti imporsi? Studiando come e perchè i deboli subiscano.
Così la storia diventa un immenso dramma di cui la sola unità è nelle scene. Le parti non essendovi prestabilite, ogni attore può impossessarsi di quella che più gli talenta, salvo ad averne la forza. Una fantasmagoria sanguinosa si apre dinanzi al pensiero, ma così incessante ed immensa che il cuore non può sopportarla se non concentrandosi in qualcuno de' suoi quadri, mentre l'intelletto, cercando il nodo che stringe scena a scena, spia già quella che finisce per indovinare la fine di un'altra che incomincia.