L'arte non ha moralità propria, poichè deve entro sè stessa lasciar libera la manifestazione di quella dei fatti raffigurati; così il Principe non ha morale. Macchiavelli inconscio e sereno come tutti i grandi artisti muove la propria figura nelle massime e colle massime dell'ambiente nel quale gli si è presentata.
Il libro è piccino e compatto come un getto. Originale sino a non essere paragonabile a nessun altro anteriore e posteriore, ha tutto il fuoco e l'improvvisazione inconsapevole di un capolavoro. Il Principe è un ritratto in cui ogni massima è un lineamento: il cinquecento politico posa davanti al suo pittore. Macchiavelli senza saperlo lotta con Leonardo, con Raffaello e con Tiziano, i tre grandi ritrattisti d'allora, e il realismo della sua ideale figura è più sicuro che non nei ritratti del duca di Ferrara, della Gioconda e di Leone X. L'entusiasmo di una idealità trascendente sostiene il nuovo pittore e gli comunica nell'opera quella magica poesia, che tutti i grandi pittori di quel tempo avevano. La figura del suo Principe terribilmente sinistra, impassibile e serena, ha sulla fronte i vapori luminosi di un sogno—costituire uno Stato nazionale, rifare l'Italia.—
Questo desiderio vago di tutte le coscienze d'allora, acuito dalle sofferenze della politica interna e dal risveglio della coltura classica, diventa in Macchiavelli passione. Artista della politica, porta la propria anima in una politica che fatalmente non poteva avere coscienza: pare la fusione dell'assurdo e invece è la fusione della vita. Il suo libro che dovrà essere tanto discusso non è discutibile perchè i ritratti non si discutono; prendetelo per un trattato e non varrà che ben poco e non sarà più intelligibile.
Così fu preso.
Certo il Macchiavelli intendeva di fare un trattato o di riunire un codice, e qui sta la grande contraddizione della sua natura, l'inconscio della sua arte. Petrarca disprezzava i propri sonetti e si stimava un epico: Macchiavelli si crede prima un politico, poi uno scienziato della politica e non ne è che l'artista. L'ammirabile chiaroveggenza, la sicurezza d'analisi sugli uomini non gli hanno giovato nella pratica. L'arte invece è una seconda vista: può fallare un individuo, ma coglie il tipo e ricostruendolo nella idealità di un ritratto sorpassa coloro che meglio avevano conosciuto e trattato l'uomo reale. Balzac il più grande psicologo dei tempi moderni, il più fino pittore di tutte le furfanterie sociali, fu sempre vittima di tutti i furfanti. Quella insufficienza del Macchiavelli nell'azione che gli faceva spesso sbagliare gli uomini e le cose così ben maneggiate dal Guicciardini, è adesso abbondantemente compensata dall'inimitabile rilievo, col quale disegna i caratteri del suo secolo e trascendendolo nelle tendenze e nei sogni lo inizia al futuro.
La prosa non esisteva ancora e Macchiavelli la crea e la perfeziona nel medesimo tempo; ma il miracolo è così grande che passa inosservato. La coscienza nazionale mancava ed egli nel Principe le offre il quadro di sè stessa insinuandole nelle più intime latebre il ferro rovente della nazionalità. È un sogno! non importa: il sogno è la prima forma dei fatti storici e ne rimane l'ultima.
Il Principe non si può analizzarlo, bisogna leggerlo; per decomporlo come molti hanno fatto, bisogna crederlo un trattato secondo l'illusione del Macchiavelli, e allora non è più che una congerie di massime monche, tronche, superficiali ed immorali! Come trattato, benchè più serrato nelle parti e solido nella struttura, ha tutti i difetti dei Discorsi; come opera scientifica è senza metodo. Siamo ancora alla confusione fra Governo e Stato, all'oblìo di tutte le attività sociali, al concetto del popolo senz'anima collettiva: nessuna vera intuizione dei tempi moderni, nessun profondo esame dello stato d'Italia, non un accenno alla Riforma tedesca, alla scoperta d'America, a quella di Copernico, della stampa, della polvere. Col formulario del Principe non solo non si fonda uno Stato italiano, ma non si governa nessuno Stato; colla pretesa di massime capaci per tutti i casi non se ne risolve alcuno. Nel Principe il processo è sempre quello di un piccolo tiranno esercitato da congiure di trivio o di palazzo, intento a conquistare qualche terra vicina, pronto ad ogni efferatezza per vincere e per vivere. Il fondo di esso è la barbarie feudale, il suo ambiente il feudalismo in dissoluzione fra i Comuni, Roma e l'Impero.
La scienza della politica non ha molto da imparare nel Principe di Macchiavelli, la storia del cinquecento non può farne a meno: il libro rivela il secolo nel quale vi è posto per ogni meraviglia. Macchiavelli e Ariosto vi si ignorano, Michelangelo e Raffaello non vi si comprendono: l'uno è l'ultima grand'anima italiana e assomiglia a Dante, l'altro non somiglia a nessuno, è ingenuo, fa tutto, imita e trasforma tutti, trova la varietà e la perfezione della bellezza in un secolo che non sente e non crede più nulla. De' suoi letterati nessuno vivrà tranne i due che lo sono meno, Macchiavelli e Guicciardini nella prosa: nella poesia i due meno applauditi, Ariosto e Tasso. Nessuno s'accorge ancora della rivoluzione già incominciata, Lutero fa sorridere, Venezia non teme dell'America, Roma di Copernico, i letterati abbominano la stampa, i soldati non credono alla polvere. Giulio II grida: fuori i barbari, Massimiliano vuole farsi papa, San Pietro è costrutto colle indulgenze, le statue antiche valgono più dei santi, il progresso della coscienza storica deriva dal guardare indietro al mondo romano, le Corti sono accademie di letterati e antri di assassini, il Vaticano è un teatro di buffoni, la filosofia una rugumazione di Aristotile divenuto indigeribile, la letteratura una imitazione che solo il lazzo della satira e la lezia della pedanteria animano. Il Principe di Macchiavelli, apoteosi del tiranno, codice dell'assassinio, finisce colla più generosa apostrofe alla libertà rimasta nella letteratura nazionale e con quattro versi della più eroica fra le canzoni del Petrarca.
Ma appena finita l'opera quel mirabile accordo della fusione dei contrarii nello spirito dell'artista finisce, e riappare l'uomo che credendosi sempre un maestro della politica si muta in subalterno. Quindi Macchiavelli pensa di dedicare il libro a Giuliano dei Medici, pel quale Leone X stava intrigando un principato. A questo modo Macchiavelli sperava di poter diventare il Mentore del nuovo Telemaco. Ma procrastina tanto che Giuliano muore. Allora risolvendo di dedicarlo a Lorenzo vi antepone una lettera e forse non manda mai nè l'uno nè l'altro, giacchè non si è mai saputo se Lorenzo accettasse la dedicatoria o prendesse conoscenza della scrittura.
L'uomo nel Macchiavelli è sempre al di sotto dello scrittore.