Il Guicciardini allora Presidente della Romagna coll'incarico di pacificarla, fra le cure del nuovo difficilissimo governo, nel quale mostrò le più eminenti qualità politiche, non solo non perdeva di vista gli avvenimenti, ma preveduto mirabilmente l'esito della battaglia di Pavia, ne aveva anticipatamente dedotte tutte le conseguenze con tanta singolare nettezza di visione da far prendere i proprii giudizi per profezie.

A lui venne mandato dal papa il Macchiavelli, che recatosi a Roma per ottenere qualche altro sussidio alle storie s'era fatto riprendere dalla smania di azione politica e dalla vecchia utopia della Ordinanza. Sognava già di sollevare il popolo e di lanciarlo armato ed invincibile contro gli eserciti di Carlo V. Il Guicciardini naturalmente ne sorrise: opporre Giovanni dalle Bande Nere con un esercito raccogliticcio, e come raccoglierlo? a Carlo V; un condottiero al padrone della Spagna, dell'Impero, delle Fiandre, di Milano, di Napoli, dell'America, vincitore esasperato della Francia, ecco quanto seppe concepire l'ingegno politico del Macchiavelli. Così discutendo col Guicciardini sulla prigionia di Francesco I, egli sostenne che Carlo V o non l'avrebbe liberato mai, o che Francesco I, sarebbe poi stato fedele alla propria parola e avrebbe rinunziato al ducato di Milano: Guicciardini affermava precisamente il contrario, e la storia gli dette prontamente ragione.

Macchiavelli partì desolato da Faenza, giacchè l'assicurazione datagli dal Guicciardini, che la Romagna, guerriera d'istinti, era meno che atta per le proprie divisioni di guelfi e ghibellini a dare un esercito, recideva l'ultima ala al suo ultimo sogno. A Firenze si distrasse ancora occupandosi della rappresentazione delle proprie commedie, tenne corrispondenza col Guicciardini, e tanto fece che fallito il disegno dell'Ordinanza e l'altro su Giovanni dalle Bande Nere, ottenne di essere cancelliere e procuratore della commissione nominata dal Consiglio dei Cento per la fortificazione delle mura. Ma anche questa volta, sebbene l'aiutasse Pietro Navarro, il primo ingegnere militare d'allora, la sua febbrile attività non potè vincere il disaccordo degl'ingegneri, nè ottenere danari all'opera. Era destinato che Firenze non riuscirebbe a difendersi se non nell'entusiasmo della libertà e sotto lo scudiscio della disperazione, e che un ingegnere ben altrimenti grande del Macchiavelli, Michelangelo Buonarotti, fortificherebbe le sue mura.

I tempi ingrossavano, Carlo V per impadronirsi dell'Italia doveva inoltrarsi coll'esercito, ma difettava di danaro: Francesco I uscito di prigione contro le supposizioni del Macchiavelli armava; il cardinale Colonna, nimicissimo di Clemente VII, alla testa di 800 cavalieri e di 3000 fanti irrompeva nella città eterna per imprigionarvi il papa, che potè a stento riparare in Castel S. Angelo, e furioso della fallita impresa saccheggiava chiese e palazzi cardinalizi. Il papa scese a patti, il cardinale abbandonato da Carlo V si ritirò a Grotta Ferrata, chiamandosi tradito. Intanto i soldati di Clemente fuggivano sotto Siena, Frundesberg nel Tirolo alla testa dei lanzichenecchi giurava di venire a Roma per impiccarvi il papa, e il Guicciardini luogotenente generale pontificio non riusciva a persuadere il duca d'Urbino, generale di Clemente VII, a più risoluta azione in tanto frangente. Il papa irresoluto non si decideva nè alla pace nè alla guerra.

Macchiavelli andò due volte al campo della Lega per conto della Signoria, e ne tornò sconfortato: tutto andava a rifascio. Firenze esposta ai primi colpi poteva essere da un giorno all'altro presa e saccheggiata. Intanto gli imperiali comandati dal Borbone, congiuntisi ai lanzichenecchi avanzavano su Bologna: il duca di Ferrara, il grande artigliere d'allora, sempre minacciato dalla politica assorbente del papato li spalleggiava. Firenze abbandonata dal papa, che trattava coll'imperatore, mandava di nuovo Macchiavelli al Guicciardini; il quale non riuscendo a smovere il duca d'Urbino dal proposito timido o traditore di non attaccare gl'imperiali, promise di accorrere al primo pericolo della patria colle genti del papa, anche malgrado la volontà del duca generale. Ma gl'imperiali presero tumultuando la via di Roma. Allora il papa concluse una tregua col Lannoy, vicerè di Napoli, impegnandosi a reintegrare i Colonna e a ritirare le armi dal Napoletano, lasciando il reame a Carlo V, Milano allo Sforza e pagando 60000 ducati al Borbone, il quale si sarebbe ritirato. Il popolo romano indignato si ribellò: il Borbone, che aveva ordini secreti di procedere, dichiarò insufficienti per il suo esercito i 60000 ducati, e passò il Reno presso Bologna.

Nessuno ci capiva più nulla. Il povero Macchiavelli, vecchio e ammalato, ritornò a Firenze, nella quale il terrore di un assalto e lo sdegno contro il cardinale Passerini, reggente pel papa, erano al colmo. Bastò l'occasione di un tumulto provocato da un soldato perchè tutti si levassero al grido di popolo e libertà. Si dichiararono decaduti i Medici e ripristinata la repubblica. Ma il cardinale Passerini accorse alla riscossa con pochi archibugieri e colle guardie medicee assediando il palazzo; si temeva una strage e non ne fu nulla: tutto parve finito con una promessa di perdono generale e l'elezione di nuova Signoria. Poco dopo arrivò la notizia del sacco di Roma e del papa prigioniero in Castello: allora il tumulto mutandosi in vera rivolta, il cardinale dovette andarsene coi due pupilli, Ippolito e Alessandro dei Medici, mentre si proclamava la repubblica.

Questa fu per Macchiavelli l'ultima e la maggiore disgrazia. Già repubblicano col Soderini, quindi piaggiatore dei Medici cui dedicava il Principe e le Storie, loro servo fino allora senza prevedere la nuova e suprema rivoluzione repubblicana, fu sospetto a tutti; la sua vita, il suo carattere, la mutabilità delle sue opinioni, tutto lo accusava. Invano oggi il Villari e molti altri vorrebbero difenderlo ripiegandosi sul patriottismo delle sue vaghe aspirazioni a uno stato nazionale, e sulla fatalità che lo aveva costretto a servire casa Medici; il patriottismo necessario d'allora non poteva essere compensato da un patriottismo immaginoso e immaginario come quello del Macchiavelli, che non fece mai nulla nemmeno per esso e lo disdisse troppe volte e non arrivò a dargli mai i contorni di una vera utopia. Firenze non era e non poteva essere l'Italia; l'infedeltà alla repubblica fiorentina non era scusabile con un'aspirazione a una repubblica o a una monarchia italiana. Poi nulla giustificava la servilità del Macchiavelli verso i Medici così nelle Storie, come nel Principe; solo l'egoismo e i bisogni domestici di un letterato di molto ingegno e di poca coscienza potevano spiegarla. E a quei tempi, nei quali fazioni e partiti si combattevano e si esiliavano ancora a vicenda, la fede alla propria parte era tuttavia abbastanza sentita in tutti. Macchiavelli servì fedelmente tutti i padroni, ma non serbò fede a nessun principio. La mollezza del suo carattere e lo scetticismo del suo spirito come gli scemarono il valore politico nell'azione, così gli tolsero quello morale nella vita. I repubblicani di quest'ultima repubblica, nata in tanto difficile ora per morire tragicamente, dovettero guardare con disprezzo questa figura di vecchio impiegato e letterato, che credendosi un gran politico aveva sempre dato a tutti consigli non mai seguiti da alcuno e che nelle crisi dolorose della patria aveva sempre separato il proprio dal suo interesse. La congiura del Boscoli, nella quale egli aveva fatto così magra figura, non poteva essere dimenticata: il rifiuto opposto alla congiura Soderini doveva essere noto.

I duecento fiorini delle Storie a lui commesse dal Medici e nelle quali i Medici erano falsati ed elogiati, saranno sembrati a più d'uno di coloro, che si disponevano a morire per Firenze repubblicana, come il prezzo di un tradimento, il danaro di Giuda.

E la coscienza del proprio torto oppresse il Macchiavelli. Scartato dalla nuova commissione per la difesa delle mura, dimenticato nella nomina del nuovo segretario dei Dieci della Guerra e che fu certo Tarugi, un ignoto rimasto ignoto, mentre egli si era illustrato nel medesimo ufficio, non protestò. Egli, lo scrittore più eloquente del secolo, il letterato che avrebbe bastato alla sua gloria, non scrisse su ciò una sola pagina, grido sublime di dolore e di amore di patria. Il suo patriottismo soccombette. Era quello il grande momento per una grande anima. La tragedia che minaccia ogni uomo nella vita lo aveva finalmente colto: la patria risorta per morire diffidava di lui, non voleva morire con lui. Nessun'offesa, nessun maggior dolore per una coscienza di cittadino e di poeta. Respinto dalle cariche, isolato dalla diffidenza, colpito dai dispregi, vecchio, povero, solo con se stesso, col suo ingegno, col suo cuore, colla sua anima, Macchiavelli avrebbe potuto, sentendosi grande e calunniato, scrivere il proprio testamento politico e dettare così l'epitaffio per la tomba che aspettava la repubblica fiorentina.

Non lo fece, non lo poteva fare. Egli era una piccola anima in un grande ingegno.