Oggi trattano ancora mercantilmente col vincitore ministro, che comprò da lungi la vittoria e vorrebbe comprare le loro anime: i retori ghignano scetticamente come all'ultima disfatta dell'ultima virtù umana; i poeti invece, se ve ne sono, attendono pensosi, giacchè fra i libri di ogni epopea vi furono sempre pagine di commedie simili a un velario calato sopra scene incompiute o appena incominciate.
La storia è paziente, perché la vita è inesauribile.
I boeri hanno ancora un gruppo di prigionieri, che si ricusa all'umiltà dell'amnistia, mentre l'Inghilterra dovette già dimenticare i propri falsi vincitori di ieri e si dibatte, così ricca e così poco guerriera, nella necessità di formare un esercito per difendere nell'infinita lontananza le sue frontiere dai centomila nomi. E intanto la sua finanza, disperatamente trionfatrice in Africa, le dissolve all'interno ciò che ancora le rimaneva di superiore nella politica, quella tradizionale aristocrazia, così simile a quella di Roma antica nella sapienza del comando e nell'orgoglio della vita. Essa solamente per tre secoli rappresentò l'idealità e l'unità dell'impero liberale contro la monarchia e sul popolo, ricca e superiore al danaro, chiusa nei blasoni come dentro a una fortezza inaccessibile guardando lontano, fin dove il genio marinaro della razza sapeva aprire le vie delle avventure e quelle del ritorno alla ricchezza.
Adesso i nomi più alti dell'aristocrazia cadono quotidianamente nel pantano dei più infimi processi, o vengono staccati dagli uscieri dei tribunali come false tabelle e più false insegne dai portoni delle più illustri banche mutate in bische di affari. La febbre del danaro è salita ai più alti cuori, mutando la fisonomia e il costume della classe eletta: una rivalità coi principi improvvisati della finanza abbassa anche i principi del sangue agli agguati bancari, e li perde nei meandri più oscuri delle borse, ove le truffe si nascondono a preparare gli affari senza idea, ai quali un gran nome soltanto può dare una garanzia di apparenza.
Nell'alterna vicenda della storia, popoli e classi salgono e discendono per l'idea che l'informa: l'aristocrazia francese, composta di tante minime dinastie accantonate nei castelli, si condensò intorno al re e cadde con lui sotto la mannaia della grande rivoluzione; quella spagnuola finì colle guerre di Spagna, senza fede al re e per troppa fede al clero, povera di idee, di sangue, di azione; l'Italia non ne ebbe una che nei comuni, la quale tramontò inosservata lentamente nelle corti indigene e straniere, servile sempre, decorazione inartistica nel paese di tutte le arti; quella inglese si disfà nel danaro, che adesso unifica da solo l'impero, livellando differenze storiche ed etniche, deputati e soldati, e riduce la monarchia ad un rito di increduli, l'aristocrazia ad una superiorità decorativa, la virtù militare ad una compera della vittoria, e quella civile, come in Chamberlain, ad essere il campione cointeressato di una finanza, la quale nella guerra d'Africa vedeva soltanto una speculazione di miniere.
Il gran sogno imperiale di Disraeli si oscura e non è più intelligibile in Inghilterra; il liberalismo di Gladstone vi parrebbe adesso più antiquato di quello di Fox; l'arte inglese decade se Kipling è il massimo poeta, e la vasta, superficiale sintesi di Spencer si sfascia come l'impero. Esso non ha più originalità nemmeno nelle industrie vinte dalla concorrenza americana e germanica; le sue migliori colonie sono già stati, che patteggiano da pari a pari colla vecchia madre dal grembo esausto; tedeschi e italiani la superano nella espansione degli individui capaci di rivivere altrove colla propria fisonomia di razza; la Russia le sovrasta in Asia, l'America e il Giappone le sovrastano nei mari lontani.
Ma Chamberlain trionfa nondimeno fra le ovazioni della City, che svegliano gli echi di Birmingham: trionfa aspro, rigido, ironico: egli ha vinto l'affare, nessuno chiede di più. Adesso bisogna salvare la corte nell'ultimo scandalo bancario, e Chamberlain sarà di nuovo vincitore.
Ma chi avrà perduto?
18 marzo 1903.