Un immenso moto superficiale e latente affatica il continente asiatico: l'ora della sua rinascita è vicina, e, poichè sarà un mondo che nasce, sposterà (chi sa come e sino a quali limiti?) la vita della nostra presente civiltà.

Tutte le nostre religioni si troveranno così di fronte al vero problema del primato e dell'universalità, e la battaglia fra Buddhismo e Cristianesimo sarà la più grande di tutte le storie; nel lavoro della terra, della industria e del commercio la nostra razza bianca subirà il confronto colla gialla, e poichè il capitale è impersonale, la lotta per l'esistenza nel lavoro prepara ai nostri operai forse più di una tragica sorpresa; tutti i mercati si sposteranno, e le correnti delle ricchezze e quelle delle strade, e i porti e le stazioni oscilleranno come scossi da lungo terremoto.

La storia dovrà ricominciare il proprio lavoro: quella che noi chiamavamo storia universale, non era fatta che di echi mondiali nel Mediterraneo: tutte le nostre storie fin qui furono parziali, e quindi false: in una storia davvero universale, ogni nazione potrà soltanto e finalmente scoprire il proprio segreto.

Intanto, ecco un primo immenso problema: fino a ieri noi credevamo che alla nostra attuale coscienza non si poteva giungere che per i gradi della storia bianca. E sapientemente disegnammo il formarsi del nostro spirito su per la scalea delle nazioni, guadagnando un'idea, un carattere ad ogni scalino, e affermammo che il cristianesimo dei due primi apostoli fallì nell'Asia per mancanza della ideale preparazione greco-romana. Ebbene, il Giappone dal 1834 ad oggi ci avrebbe già raggiunto con una improvvisazione ancora più inverosimile che rapida?

Se le sue forme politiche, pari alle nostre, contengono davvero il nostro stesso diritto, e se in questo la sua coscienza ci uguaglia, a che si riducono le serie e le categorie millenarie del nostro pensiero e della nostra storia?

Punto e a capo, dunque.

6 marzo 1904.

SOLE LEVANTE

Mai come adesso l'impero giapponese ha meritato il proprio titolo radioso.

A ogni giorno, a ogni ora, da lungi sul vento arrivano grida ed echi di vittoria: la guerra ha battaglie che durano settimane, carneficine che smentono l'adagio moderno, già accettato con tanta unanime lietezza dagli apostoli della pace e dai credenti nell'eterna fatalità della guerra, che la mortalità diminuisce in rapporto sicuro della perfezione nelle armi: eroismi di eserciti e di razza, ai quali il moderno e volgare quietismo industriale non sapeva più credere. E non pare nemmeno si tratti del solito patriottismo, quale nell'esperienza delle storie e nei libri dei poeti eravamo abituati a sentire e ad ammirare: una improvvisa convulsa effervescenza di amore patrio, quando la esistenza di nazione era minacciata all'interno o alle frontiere, una gloria di olocausto, che si alzava nell'anima di qualcuno lanciandolo alla morte nella tragica persuasione di giovare così alla salvezza della propria gente.