Il suo ultimo rescritto, nel quale balbetta come un prigioniero che abbia il ferro alla gola, annunzia piuttosto una abdicazione che una costituzione, giacchè riconosce nei sudditi il diritto di cittadini senza determinarne il valore e delinearne la funzione; la sua parola trema nell'umiltà della resa, è oscura come gli spaventi notturni, non ha accento imperiale, pare quasi di soliloquio in una torpidezza di malattia.
La costituzione (e dovranno pur chiamarla così) non sarà davvero una copia dei nostri statuti occidentali, ma basterà a fasciare la mummia dello czarismo, che vi durerà dentro ancora lungamente: la vita russa ne subirà la più profonda fra le crisi della sua storia e dovrà faticare e soffrire per sostituire alla unità czarista una unità nazionale, che mantenga compatto l'impero: molte nazionalità vi tumultueranno in un improvviso delirio di ricordi patriottici, tutti i fermenti della democrazia gonfieranno le vaste e oramai vuote forme imperiali, facendone screpolare la crosta e rompendone le linee architettoniche. Lo Czar è morto e adesso per tutte le città russe la gente grida: Viva lo Czar!
Che cosa penserà questo Augustolo, che la vita aveva ironicamente gittato sull'ultimo trono dell'ultimo impero negandogli l'anima d'imperatore?
La sua testa, che non si curvò mai sotto il peso di un grande pensiero, era troppo piccola per una così larga corona: il suo cuore di fanciullo, che domandava all'Aja la pace come un giocattolo, non poteva resistere alla guerra, e non capirà adesso questa suprema vittoria della rivoluzione, ultima eco dell'epiche vittorie giapponesi sulla Russia. All'annunzio di ogni sconfitta egli pregava e piangeva, nè Czar nè pontefice: ad ogni istanza di popolo ricusava parlando o tacendo: a migliaia e migliaia sono morti per lui, contro di lui, ed egli, chiuso nell'immenso palazzo, non ha mai saputo uscirne per mostrarsi al popolo come il simbolo vivente della sua storia. È sottile, pallido, gracile: la sua mano, che non sguainò mai la spada, ha lasciato cadere lo scettro, ma nessuno lo raccoglierà per farsene un'arma contro di lui, sopra di lui.
L'impero dura, quindi l'imperatore resta.
L'Europa applaude, e da lungi il Giappone sorride. Adesso il mondo non ha più che un imperatore vero, il Mikado.
Lo Czar è vuoto come un'armatura: toccatelo e ne uscirà un suono fesso come quello del suo ultimo rescritto.
Alla Russia dunque la risposta degna della antica gloria e della nuova libertà.
4 novembre 1905.