E fu bene.
Per restaurare un monumento bisogna prima sorprenderne l'anima, quale i secoli la produssero e visse nella propria età; per compierlo, invece, non basta nemmeno l'intendere quell'anima, ma è necessaria la più minuta ed esatta conoscenza storica del tempo, una conoscenza ed una scienza impossibile quasi sempre ai poeti, che volano attraverso le epoche sulle cime più alte come le aquile, o scendono come gli usignuoli a nascondersi nell'ombra tentatrice dei boschi.
Ecco perchè la fabbriceria della cattedrale padovana, mentre in tutta Italia riferve la nobile passione dell'antichità e l'anima nazionale torna all'orgoglio dei propri monumenti, indisse non è molto un concorso per decorare degnamente il gran tempio, mèta ancora oggi di tante anime pellegrine ed afflitte; ed ecco perchè il gruppo bolognese rappresentato dai tre maggiori artisti, Alfonso Rubbiani, Edoardo Collamarini e Achille Casanova, i restauratori del bel tempio francescano vinsero sopra tutti, offrendo di rappresentare nei piani e su per le volte delle cupole il romanzo, o, meglio ancora, il poema del Santo.
Concetto vasto e temerario, che per magnifica spira sale dal giorno della sua morte, quando il popolo del sobborgo di Capo di Ponte, si levava in armi a difendere il corpo del Santo contro il popolo di Padova irrompente a fiumi dalle porte per reclamarlo come il genio e il talismano della città, insino a quell'altro giorno immortale, bianco e folgorante nella gloria del Paradiso cristiano e dantesco.
Noi italiani siamo così: tutta la nostra arte, ogni qualvolta si volga a guardare indietro, incontra il sacro poema, che le sbarra l'orizzonte come una giogaia di nuvole fiammeggianti nell'altezza senza misura del cielo: da Dante solamente comincia la nostra coscienza e il nostro pensiero nazionale, perchè l'arte greca è di un mondo a noi lontanamente straniero, e l'arte latina fu appena un mirabile artificio, un intermezzo forse troppo lungo tra le due più profonde originalità della storia, quella greca e quella italiana.
Col poema sacro nella mano la nuova scuola bolognese ha dunque vinto la sua seconda battaglia, e compirà l'opera secolare della cattedrale padovana dipingendo il poema del Santo, che, scolaro di San Francesco, potè nella gloriosa semplicità della propria natura e nella limpidezza dell'ingegno apparire originale.
Ma la devozione francescana rifiorirà? Purtroppo è permesso dubitarne.
Chi intende oggi San Francesco fra le anime oranti, se i devoti non amano che le chiese sontuose, nelle quali un'arte goffa, un gusto villano, una prodigalità prepotente sembrano cantare le lodi della ricchezza?
La perversità del gusto gesuitico si allarga sempre negli spiriti religiosi: guardate le chiese di Lourdes, esaminate la nuova agiografia a quali fisonomie riduce i volti più austeri e più tragici, leggete i libri di devozione e confrontate le preghiere dei primi anonimi poeti cristiani con quelle che oggi scrivono letterati cattolici egualmente anonimi: ricordatevi i santi preferiti, le feste predilette: cercate il titolo degli altari consacrati da voti, e leggete le loro scritte.
Come tutto è morto, senza fede, senza poesia, senza passione, nel culto moderno!