E altrove, ovunque, nei borghi e nelle città lontanamente capitali del nostro medio evo, alveari dolci e sonanti d'insuperate originalità, qualcuno e qualche cosa si è desto: un amore, un orgoglio, cercano e rivelano i segni antichi; si studia e si scopre, e spesso per scoprire non importa che guardare.
Il grande secolo decimonono, rinnovando così profondamente lo spirito umano, allargò forse le proprie conquiste più nel passato che nell'avvenire, poichè ci bisognava prima sapere chi eravamo e donde venivamo per scegliere sicuramente la strada della mèta.
E l'Italia deve soprattutto essere bella per diventare ricca.
La nostra arte, la nostra gloria ci mantengono una ricchezza più sicura che quella dei nostri campi: le nostre città hanno ancora ed avranno lungamente sugli stranieri una seduzione irresistibile nella loro antica fisonomia; il nostro genio deve superare l'ultima prova di crescere un'altra bellezza armonizzandola con quelle non pur superate della nostra vera infanzia nazionale.
Il trecento e il quattrocento italiano furono pel mondo delle forme quanto i migliori secoli della repubblica e dell'impero romano pel mondo della politica: qualunque borgo abbia un castello lo serbi; e qualunque città porti corona non la gitti.
Quale regina depose mai il diadema per il timore di comprimere la capigliatura?
Sarà più bella Bologna senza le mura, anche se la nuova cinta aumenti il reddito del suo dazio?
Poche città in Italia hanno un carattere più profondo e insieme più vario della illustre metropoli, alla quale noi da tutte le terre di Romagna, dal lido dell'Adriatico e dalla cresta dell'Appennino, guardiamo con orgoglio come alla capitale del nostro spirito, al potente mercato del nostro lavoro. La sua dottrina fu per noi ancora più calore che luce: nel suo centro ferroviario anche adesso ci sentiamo più vicini di ogni altro al cuore nazionale, se, come la scienza vuole, il cuore non è più che il massimo motore negli alti organismi; alla bellezza de' suoi palazzi, che i secoli moltiplicarono ben più variamente che in ogni altra città, tutta Italia guarda come alla più ricca raccolta di modelli, e dalle sue torri e dalle sue mura intatte ricordi e sogni si levano cantando alle menti che sanno, e alle fantasie che ignorano.
Perchè dunque precipitare, seppellita nei fossati, la sua larga, storica corona murale?
Aprite altre porte, se dalle vecchie strade un rigurgito di vita sbatta negli antichi muraglioni e lasciateli diritti nella superbia del loro passato: invece di essere una difesa adesso non sono più che un ornamento, ma pensate che abbattendoli per una inutile e frettolosa ubbidienza a qualche piano regolatore scoprireste sui lombi della magnifica denudata una cintura di ulceri fra una miseria di casette e di catapecchie troppo putride perchè il sole possa bastare a disinfettarle.