— Andremo a Pietroburgo quest'inverno? domandò al principe senza guardare Loris.

Il principe volse bruscamente la testa.

— A Pietroburgo, signorina, non ci andrete per un pezzo; io non ci rimetterò più il piede.

— Vorrete dunque farmi morire qui?

— Spero che potrete andarci prima, quando sarete in grado di scegliervi un marito. Allora potrete abbandonarmi, se sarò ancora vivo. Ecco quello che tocca a noi, dopo che ci siamo sacrificati. Siete tutti ingrati.

Il principe cominciava ad indebolirsi, la vista gli era scemata improvvisamente così che doveva usare sempre gli occhiali; poi quella manìa delle casine in legno lo aveva stancato. Quando leggeva i giornali della capitale, a certe notizie politiche andava in bestia pentendosi segretamente di vivere così fuori del mondo, e di non avervi mai avuto importanza. Un cordoglio pieno di segreti rancori lo irritava perfino contro la giovinezza di Tatiana e di Loris.

Nell'inverno una bronchite l'obbligò per quattro mesi a non uscire dalle proprie stanze; Loris andava a leggergli i volumi dell'inchiesta agraria, e doveva lasciarsi strapazzare per tutte quelle leggi e quei fatti contrari alle sue idee. Poi madama d'Aubrivilliers gli leggeva i giornali, e Tatiana veniva a suonargli il pianoforte, che aveva fatto portare nella sua camera di malato. Così riuniti passavano le sere. Spesso il principe dormigliava; allora nessuno parlava più per non svegliarlo, ma bisognava rimanere nella camera.

Il principe non aveva voluto nessun medico.

— Non ho bisogno che mi si aiuti a morire, aveva risposto a Tatiana: tu sei una sciocca, che vorresti ereditare troppo presto.

La fanciulla era scoppiata in lagrime.