— Provate dunque a parlare con loro.
Egli sentì tutta l'ironia di quell'allusione all'invincibile diffidenza dei mugiks pei signori, e non rispose.
Allorchè giunsero in vista del castello, il principe si scosse. Il villaggio vi sorgeva davanti a non molta distanza; sull'ingresso del villaggio la piccola chiesa arrotondava la propria cupola verde bizzarramente incappellata dalla neve. La giornata era fosca. Un vento, levatosi da poco, faceva stridere sommessamente i grandi alberi a fianco del castello, staccando dalle loro cime, che si rialzavano di un crollo, qualche groppo di neve. Si udì il latrato di un cane. Il castello non era nè grande nè ricco, ma costrutto in muratura, a due piani, dominava tutte le isbe dall'altezza delle proprie finestre.
Traversando il villaggio, la campanella attrasse sugli usci alcuni mugiks, che s'inchinarono sino a terra. Quindi la notizia dell'arrivo si sparse così rapidamente, che la maggior parte degli abitanti erano già usciti nel mezzo dell'unica strada, prima che la droiska avesse oltrepassato la grossa cancellata di ferro, che interrompeva il muro di cinta dinanzi alla porta del castello. Molti servi si affrettarono intorno al padrone. Nel vestibolo, l'alta temperatura dei caloriferi diede ai due viaggiatori come il senso di una soffocazione; il principe aveva già chiesto a Tikone, il vecchio intendente, notizie della signora.
— Sua Alta Nobiltà sta benissimo, aveva risposto questi guardando negli occhi del padrone.
— È inutile avvertirla subito del nostro arrivo. Venite, Loris, gli si rivolse, ora siete in casa vostra.
L'intendente li precedeva sullo scalone in legno, coperto di un modesto tappeto; molti vasi di piante verdi erano disposti sui pianerottoli.
Traversarono un'anticamera, due sale, un salone, sino ad un gabinetto arredato senza pretesa. La temperatura, sempre così alta, scioglieva loro in acqua sul viso i diacciuoli dei capelli e dei baffi. Si sentivano stanchi, tutte le membra intorpidite; il principe sembrava anche più ammalato, colle spalle più curve. Tratto tratto qualche colpo di tosse gli scuoteva il petto. Loris aveva perduto la bella freschezza del volto; gli occhi gli si erano appannati, aveva la bocca amara.
Dall'ampia finestra a doppia vetriata si vedeva, attraverso l'opacità dei cristalli, sui quali il ghiaccio aveva ricamato i propri fiori fantastici, un bianco torbido. Dalla parete opposta il ritratto di un maresciallo del secolo passato attirò l'attenzione di Loris.
Poco dopo, entrò l'intendente con due domestici recanti il samovar, e chiese gli ordini.