Loris era a Kazan dal principio dell'inverno. Non aveva nemmeno tentato d'inscriversi all'università per difetto dei titoli necessari, e per ripugnanza alla tirannica disciplina imposta dal terrore del governo agli studenti. Si era presentato come un figlio di pope, orfano, venuto per frequentare solamente la biblioteca. Un passaporto falso, in piena regola, comprato al solito da un agente della polizia per cinquanta rubli, lo metteva al sicuro delle prime sorprese col nome di Loris Vassilich Orobine.

Viveva con certa modesta eleganza affettando una grande austerità di costumi, e non concedendo la propria intimità che a pochi sicuri. Il suo disegno era di penetrare nello spirito del giovane radicalismo per valutarne le forze e studiarne le passioni. Mentre la negazione anarchica era nel suo spirito diventata manomania, per una facoltà abbastanza comune nell'ingegno russo una tendenza critica, sostenuta da forti qualità realiste, lo rendeva poco incline all'ammirazione di quel moto terrorista.

Fra tutti quegli studenti, che il principe di Bismark doveva definire benissimo un proletariato di baccellieri, non sentì che dolori personali provocati dall'indigenza e consolabili da un qualunque impiego. Moltissimi vivevano su borse istituite dal governo o dai privati; gli stessi ultimi czaricidi erano borsieri nutriti e educati a spese dello Czar. Gli studenti, per la maggior parte usciti dalle ultime file popolane, non avevano alcuna educazione nè morale nè intellettuale; ma spinti in alto dall'istinto delle loro famiglie, che sognavano così un avanzamento sociale, recavano negli studi colla passione di un guadagno immediato la mortificazione di una nuova superbia spirituale.

Poi la polizia, invitandoli a scuola, li sottoponeva alle più insopportabili precauzioni di sempre nuovi regolamenti, mentre l'amministrazione, anche più ostile, chiudeva loro dopo il corso dell'università quello degli impieghi.

Quindi gli studenti vivevano nella più squallida povertà, così derisi dal popolo che molti dovettero smettere l'uniforme per sottrarsi alle ingiurie nei quartieri più bassi della città. Alcuni erano alloggiati presso famiglie di artigiani o di piccoli mercanti, cui davano la magra pensione in cambio di più magri alimenti; altri s'ammassavano in case grandi come falansteri, uomini e donne in una promiscuità di miseria, nella quale i sogni politici ed amorosi nascevano colla stessa facilità. Pochi erano davvero nichilisti, allora che dopo il piccolo congresso di Lipetsk i terroristi avevano cominciato quel terribile duello a colpi di attentati e di patiboli. I più sguazzavano ancora nel radicalismo negativo, senza originalità di pensiero o di passione, che aveva ispirato gli eroi da romanzo a Tchernicewski a Tourgnenief e a Pisemski. Nemmeno lo scoppio della Comune di Parigi era bastato a dare un indirizzo più pratico alla logica del loro malessere coll'esempio della guerra civile. Gli ebrei, per l'indole dello spirito assolutista e una più dolorosa persecuzione nelle parti più delicate della vita, meglio atti a fornire un contingente rivoluzionario, erano presso che esclusi dalle università, e non potevano soggiornare nelle capitali senza diploma professionista o permesso speciale della polizia. Fra la studentesca e le alte classi nessun rapposto amichevole: gli studenti formavano una corporazione più spregiata che temuta, ora che il governo aggravava sovr'essi la mano. Poi la mendicità toglieva ogni poesia alle loro aspirazioni liberali, giacchè che appena fuori della scuola si sarebbero venduti al più miserabile degli impieghi. D'altronde la borghesia dei mercanti, quasi la sola, era troppo ignorante per indovinare il mondo ideale, che si apriva in quegli studi. Nullameno le scuole e per i bisogni fomentati, e il gusto acuito dell'investigazione, e la confidenza ispirata nel diritto, e le curiosità svegliate, e i confronti suggeriti creavano una minoranza eletta di studenti capaci d'interpretare i propri patimenti colle idee di una nuova civiltà e i dolori di tutto un popolo.

La morte dello Czar produsse nel loro piccolo cenacolo una esplosione; tutti i pareri erano unanimi. Slotkin e Kriloff, più anziani, perchè passavano di poco i vent'anni, tempestavano ferocemente; due studentesse ritornate a mezzo il corso da Zurigo s'abbandonavano ad una sorta di cannibalismo sul cadavere di Alessandro II. Si sarebbe voluto festeggiare quella strage con un banchetto e una luminaria, se la polizia avesse potuto permetterlo. Gli amori, oramai noti, di Sofia Perowskaia con Jelabof infiammavano quei giovani cuori, sebbene l'orrore di quella morte sulla forca gittasse molto freddo sul loro entusiasmo. Una colletta iniziata segretamente per coniare una medaglia commemorativa, colle due teste di Sofia Perowskaia e Jelabof da un lato e di Alessandro II dall'altro, fallì; pochi avevano danari, pochissimi osarono contribuire. Attraverso tale tumulto di frasi Loris constatava in essi una gran gioia di non essere coinvolti in quel dramma per poterlo meglio vantare a distanza. La morte dello Czar veniva considerata colle norme del classicismo, già abolito nelle scuole per timore del repubblicanesimo greco-romano, poi sostituito colle scienze naturali, e da capo reintegrato dopo che le teoriche positive delle nuove scuole erano sembrate dare frutti anche più pericolosi. Lo Czar era la vittima antica offerta in olocausto pei dolori del popolo; quella folla di studenti straccioni si vergognava momentaneamente meno dei propri cenci, pensando che un imperatore era caduto per strada sotto i colpi di miserabili pari a loro, e che pochi risoluti avevano potuto trionfare così del più potente governo del mondo.

Slotkin, incontrando Loris fermo dinanzi ad un bazar turco nella contemplazione di un magnifico tappeto persiano, gli disse:

— È arrivato Dmitri Orchanski, segretamente, uno studente di Pietroburgo.

Entrando in casa di Kriloff non vi trovarono alcuno. Per prudenza il convegno era stato mutato. La sera si riunirono fuori di Kazan in una strada deserta; erano pochi. Orchanski, giovane d'aspetto, povero, dava particolari su particolari dell'attentato colla vanteria ingenua di avervi partecipato almeno indirettamente; quindi raccontò lo scavo di Mosca, la mina al Palazzo d'Inverno, l'attentato fallito di Odessa. Una veemenza rettorica dava una grande efficacia di persuasione alle sue parole.

— Che ne dici dunque? si rivolse Slotkin a Loris.