E indietreggiò di qualche passo: pareva ad entrambi impossibile di lasciarsi così, ma nullameno avevano finito, non trovavano più altra parola. Non si erano nemmeno dati la mano.
Egli, sempre più piccato, fece un inchino contegnoso sull'uscio, ma allora Bice pentita della propria durezza gli corse dietro, lo raggiunse nell'anticamera, traversandola rapidamente per entrare nell'appartamento della zia, e gli tese la mano.
—Addio,—mormorò con un accento, sul quale era impossibile ingannarsi.
Ma entrando nel solito gabinetto di conversazione dovette sedersi per resistere alla emozione, che la soffocava: adesso le pareva di sentirsi più grande nella libertà del nuovo abbandono, dopo quella suprema abdicazione alla vita mondana, nella quale Lamberto avrebbe dovuto introdurla. Dopo avere per tanti anni creduto di amarlo con una passione di orfanella, la più intensa e dolorosa fra tutte, era sorpresa della propria pace fredda, mentre i nervi le fremevano ancora, e gli occhi le battevano dalla voglia di piangere. Era dunque questo il grande dolore aspettato? Poi un'ultima reazione la risospinse.
Suonò il campanello.
—Andrea,—disse al cameriere:—Rosa deve essere stanca, accompagnatemi voi.
Si riabbassò il velo sul volto ed uscì. Il vento si era fatto anche più rigido. Ella camminava in fretta, ascoltandosi dietro il passo del domestico, senza badare alla folla più rumorosa in quell'ora del passeggio, sotto i portici di Santo Stefano; quindi piegò per via Remorsella, verso la casa De Nittis. Secondo le sue abitudini, il professore doveva essere rientrato dopo la lezione delle due pomeridiane.
—Voi! Bice!—egli esclamò meravigliato, vedendola entrare colla grossa Margherita.
Nello studio il caldo della stufa era quasi insopportabile.
—Si cavi la pelliccia, signorina,—diceva la governante del professore.