Nel diritto come nella storia romana si sente il dualismo: da un canto Roma, dall'altro il mondo; la vita vi è conquista e l'unità mondiale lo scopo che deve annullarla, e l'annulla. Quindi nel periodo romano, che compie il periodo ellenico, le due personalità dello stato e dell'individuo rimangono così violentemente strette per la necessità dell'incessante battaglia che, se non si soffocano, almeno s'impediscono vicendevolmente un armonico ed integrale sviluppo. Dal momento che Roma è in lotta con tutto il mondo per fonderlo col proprio processo nello spirito greco, il suo stato costituito di questa idea e per questa idea vi deve tutto sacrificare. La famiglia è un allevamento politico e militare, il governo una republica aristocratica, perchè la monarchia di Alessandro aveva già fallito alla missione di universalizzare lo spirito ellenico; il soldato deve essere cittadino e il cittadino soldato, il figlio sottoposto al padre come un milite a un centurione, la donna sottomessa all'uomo e senza funzione o carattere politico, la religione uno strumento di governo; e non pertanto ogni coscienza privata vi rimane alta quanto la publica, giacchè solo un popolo di soldati e un esercito di cittadini possono conquistare il mondo con una guerra di sette secoli.
I greci stimavano barbaro ogni altro popolo, i romani più forti e meno intelligenti lo consideravano nemico. L'umanità dell'individuo così a Roma come ad Atene è tutta nell'orbita della patria organizzata dallo stato. L'angustia di questo limite e la ferocia del processo storico dovranno quindi violentarla: però essa sarà la migliore apparsa sino a quel tempo nella storia, e vi resterà come uno dei massimi momenti dello spirito umano.
Il civis romanus sum, grido d'orgoglio insuperato col quale l'individuo romano si afferma in faccia a se medesimo e al mondo, esprime al tempo stesso il suo trionfo e la sua sconfitta, giacchè non avrebbe saputo abbreviarlo slargandolo fino all'universale: civis sum. Roma e il suo stato sono ancora necessari per essere cittadino; la personalità romana non è ancora umana.
Compita la conquista mondiale con un'assidua dilatazione da tutte le coste mediterranee ai centri d'Africa, d'Asia, e d'Europa, soppresse coll'antagonismo di tutti gli stati le antitesi di tutte le civiltà e di tutte le religioni, riassunto in una sintesi incomparabile quanto gli antichi imperi avevano connesso e la Grecia aveva fuso nel proprio spirito, propagata una legislazione uniforme, indotto nella coscienza di cento popoli il sentimento dell'unità storica col trionfo di Roma, occorreva ancora una nuova religione e un'altra filosofia per formare la vera personalità dell'individuo e dello stato entro il concetto dell'umanità. Dopo aver ellenizzato se medesima, Roma doveva romanizzare il mondo, comunicando a tutti i popoli colle proprie leggi i propri diritti. Caio Gracco e Giulio Cesare furono i due massimi eroi di questa necessità romana, che trionfò nel periodo imperiale con imperatori mostruosi come Caracalla e Commodo.
Se la monarchia cesarea era la negazione della nazionalità di Roma, il cristianesimo era la negazione dello stato romano.
L'impero, come soluzione del lungo periodo di conquista, fu dunque un'epoca di pace, una specie di riposo, nel quale tutti i popoli riconoscendosi ascoltavano le nuove promesse di un mondo migliore. L'unità cristiana divenne il rifugio di tutte le personalità offese dall'inevitabile tirannia unitaria dell'impero. Colla filosofia greca, col diritto romano e col cristianesimo la coscienza individuale non aveva più d'uopo di aderire allo stato per rassicurarsi: libera, ripiegata sopra se medesima, in faccia a un Dio tutto spirito, esaltata dalla tragedia del Golgota, che dichiarava falsa ogni società e la vita un pellegrinaggio verso il cielo, trovò subito istintivamente la propria identità. Patria e nazionalità, tutto fu nel primo fervore abiurato, mentre invece tutto doveva ricostituirsi sulla base di questa abiura.
Nella formazione etica della nuova personalità Dio si sostituì allo stato, cui per contraccolpo venne storicamente ad aggiungersi come terzo termine l'umanità affermata dalla nuova religione.
Senonchè il recente individuo creato da una formale negazione della storia, nella quale era chiamato ad agire, quantunque migliore dell'antico, non era meno imperfetto. Il processo di astrazione, mediante il quale si era realizzato, lo rendeva singolarmente inetto nella solidarietà storica, appunto nel momento che l'imperiale unità romana, avendo liquidato tutto il mondo anteriore, doveva alla propria volta liquidare se medesima.
L'impero avendo annullato tutti gli stati nella propria unità doveva essere franto dalla federazione.
Il cristianesimo, non meno pessimista del mosaismo donde usciva, aveva bensì creato una personalità più spirituale di quella sviluppata dalla filosofia greca e dal diritto romano, ma per ottenerla aveva dovuto sopprimere in essa ogni coscienza storica. Nel suo sistema la vita umana non aveva valore se non come prologo alla vita oltremondana: il mondo, effetto di una prima decadenza, si era mutato per misericordia di Dio in una specie di prova, dalla quale l'individuo non poteva uscire vincitore che con una rinunzia alla propria umanità. Questa negazione, meno profonda ma appunto per questo più efficace di quella di Buddha, se cancellava di un tratto tutte le tragiche differenze fra gl'individui del mondo antico emancipandoli in una libertà fatta di uguaglianza e di disinteresse dalla vita, correva pericolo di perdere i risultati del proprio progresso. La necessità metafisica del negar tutto per sopprimere molto, comune a tutte le rivoluzioni, doveva essere frenata dall'altra maggiore necessità di mantenere la vita per atteggiarla secondo le nuove idee.