Così nel periodo seguente un'ultima insurrezione esplosa contro Bisanzio su tutti i punti, a Roma, a Ravenna, a Napoli, in Sicilia, fra i veneti, colla formula dell'indipendenza nazionale, non basta alla rivoluzione federale, quando il regno longobardo ingrossa minacciando di schiacciare tutto e tutti. La lotta, complicata al punto di sembrare assurda nel processo e impossibile nel risultato, conclude nullameno al trionfo della rivoluzione. La contraddizione cattolica paralizza la politica longobarda. Il papa, benchè soccorso momentaneamente da Liutprando contro gli iconoclasti bizantini, diffida del re, lo denunzia, lo costringe a dichiararglisi nemico, fomenta contro di lui tutte le ribellioni, lo gitta in braccia all'imperatore, invoca Carlo Martello, guadagna nel proprio disastro un piccolo patrimonio, pel quale si trasforma in sovrano. I papi si succedono, ma la loro politica prosegue inflessibile. Ratchis vuole seguitare il combattimento di Liutprando, ma percosso da religioso terrore ripara in un convento; Astolfo, suo successore, si arresta in mezzo a vittorie insperate, colto dallo stesso spavento, sulla via di Roma; e allora Stefano II, sublime di ardimento, viene a minacciarlo sino nel suo castello di Pavia, passa le Alpi, consacra Pipino re dei franchi e patrizio di Roma, lo trae seco, gli fa sconfiggere due volte Astolfo e disfare il regno longobardo, mentre l'esarcato e la pentapoli cadono in mano del pontefice, cresciuto a doge politico come quelli di Napoli e di Venezia.
Allora Desiderio, ultimo re scelto al trono dalla chiesa come un vassallo, tenta col disperato eroismo di tutte le decadenze una suprema rivincita; ma la stessa scomunica lo isola, il medesimo appello ai franchi lo prostra, e Carlo Magno scende dalle Alpi per cominciare nella storia un'epoca nuova.
Il patto di Carlomagno, e la dominazione franca.
Se i goti avevano commesso l'errore di accettare il principio imperiale, i longobardi lo avevano raddoppiato accettando quello cattolico. I loro due regni, sorti allo scopo di spezzare l'unità romana e bizantina, perchè le originalità latenti della nuova vita politica e sociale potessero prodursi, mutavano però l'Italia di Odoacre così che il nuovo patto fra Carlomagno e il pontefice trasportava la base del diritto da oriente ad occidente.
Tre secoli di rivoluzione avevano finalmente maturato il proprio frutto; l'antico mondo romano era cancellato, le invasioni arrestate, il dominio bizantino soppresso. La grande donazione franca alla chiesa emancipava tutta l'Italia non longobarda colla dominazione del pontefice, che non potrebbe mai regnarvi da principe unitario. Il federalismo liberale, di cui era tribuno e diventava doge, gli impediva il regno colle stesse micidiali contraddizioni che ai goti o ai longobardi, senza preoccuparsi nemmeno se egli per fatalità del proprio principio o del proprio istituto religioso dovesse tendere a una unità ben più grande e compatta che non quella dei re di Pavia. Quindi nella nuova Italia la lotta politica muta ancora terreno e metodo; la nazione divisa in franca e pontificia, giacchè i suoi punti estremi non compresi nel «patto di Carlomagno» non sono ancora politicamente italiani, prosegue la propria rivoluzione voltandosi contro i franchi per eliminarli lentamente dopo averne sfruttata tutta l'efficacia, e contro il pontefice ogni qual volta pretenda nella politica italiana all'assorbente unità della propria politica religiosa e cosmopolita. Le energie locali liberate dall'oppressione longobarda e bizantina, disciplinate dai municipii e dai vescovadi, ancora vivide di tradizioni e non imprigionate in sistema troppo angusto per contunderle, scattano rovesciando gli ultimi ostacoli. L'ideale politico individualizzato in ogni grossa città accetta le forme separatiste feudali contro ogni unità; il mondo sembra in frammenti nell'ora che la sua unità ideale si rinsalda fra Carlomagno e Leone III.
La formula del loro patto è tanto ignota quanto chiara la sua idea. Se l'impero bizantino rappresentava la modificazione indotta nell'impero romano dal cristianesimo, quello di Carlomagno esprimeva la morte dell'impero romano, quantunque la lettera del patto sembrasse invece riconfermarlo. L'impero di Carlomagno non era più che la conquista germanica consacrata dal cattolicismo, Roma la nuova Gerusalemme cattolica e Bisanzio una capitale d'oriente. Ma poichè la storia è sempre un atteggiamento dell'ideale, le due idee dell'unità religiosa e politica riassunte nella chiesa e nell'impero si toccano così in un patto, che deve guarantire la nuova vita spirituale e mondana. Per esso il papa, signore delle coscienze, sottomette all'imperatore tutti i re e tutti i sudditi, e l'imperatore dedica ogni forza propria alla difesa della chiesa contro ogni protervia del mondo. Per un residuo bizantino e per la sua doppia qualità di pontefice e di doge, il papa è soggetto all'imperatore, che solo può nominarlo; ma il papa sarà sempre più forte dell'imperatore, cui può isolare nell'impero con una scomunica.
E questo patto, del quale gli articoli non furono mai trovati, erompe dalla duplice idea del papato e dell'impero, e vivo, flessibile resisterà a molte rivoluzioni, soffocherà molte forme politiche, ne avvolgerà proteggendole molte altre, dilatandosi con esse, resistendo a violenti strappate di papi e d'imperatori prima di rompersi come una inutile bardella nelle mani della storia.
L'influenza romana passa quindi nella dominazione dei franchi, che si costituisce con una federazione di re e si suddivide in tre parti alla morte di Carlomagno. Ma sotto lo sforzo della federazione europea i Carlovingi si logorano e diminuiscono, mentre ad ogni grado della loro decadenza unitaria si scopre sempre la mano dei pontefice intento a stringere la propria chiesa in una costituzione capace di sfidare i secoli. I nuovi Capitolari fissano tutti i riti, la sacra gerarchia si purifica, le varietà monastiche si precisano, i miracoli scorrono a fiotti, e la teologia cattolica, liberata dalla teologia bizantina, attraverso la quale un capriccio dell'imperatore poteva decomporre le formule ed alterare i dogmi, presenta la prima volta al mondo il sublime spettacolo del pensiero abbandonato da ogni forza profana, e superiore a tutte le vicissitudini degli imperi. Il prete, non più suddito e maggiore di ogni altro uomo, inizia quella elevazione religiosa dell'occidente, che dovrà poi formare l'eroismo di qualunque uomo pensante nella sincerità della propria coscienza.
Sotto la dominazione dei franchi l'Italia offre il nuovo spettacolo di un progresso sociale determinato da una decadenza politica. Nel regno i romani sono definitivamente pareggiati ai longobardi, la nobiltà dei quali conserva tutte le proprie leggi e le proprie ricchezze; i vescovi riuniti in consigli semipolitici e ammessi nell'esercito acquistano la capacità della loro imminente rivoluzione. I vescovadi, forti delle nuove immunità, preservano industria e agricoltura, mentre il conte e il vescovo, rappresentanti il patto di Carlomagno e momentaneamente associati, resistono alla tradizione unitaria e a quella imperiale di Bisanzio. S'aprono le università. Il regno, già ostile al vecchio nome dei longobardi e al nuovo dei franchi, s'intitola dall'Italia squarciando la rete delle città militari stabilite a controsenso delle città romane, e spezzandosi in quattro parti con quattro capitali: Ivrea, Spoleto, Lucca e Verona; Benevento, superstite ducato longobardo col nome superbo di Lombardia minore, viene raggiunto dalla rivoluzione e presto sottomesso da Capua. Imperano dunque tre leggi: romana, longobarda e dei franchi; questi, piuttosto dominii diretti che utili del regno, soccombono ad una centralizzazione governativa confidata a funzionari volanti, a messi regi e a conti di palazzo. E il regno si mantiene immobile.
Il progresso sociale dell'Italia pontificia si mostra invece colla nuova ricchezza di Roma e del pontefice, mentre la decadenza politica condanna questo all'impossibilità di essere vero doge come vorrebbero i romani per imitazione di Napoli e di Venezia. Invece il pontefice, costretto quale capo della sola rivoluzione politico-religiosa ad esigere l'annullamento di Roma nella chiesa ed incapace di ottenerlo senz'armi, umilia sotto la spada del duca di Spoleto la propria città sino a farle rimpiangere l'anarchia bizantina e l'impotenza degli esarchi. Quindi vi scoppiano rivoluzioni contro di lui e contro i franchi.