Quindi il trionfo del re ebbe, fra i saturnali della plebaglia e le benedizioni del clero, i complimenti di tutte le diplomazie.
Ma se nella battaglia i soldati regi erano stati atroci, i patrioti si erano mostrati scarsi: il loro infelice valore non aveva compensato politicamente la pochezza del numero, nel quale parve a tutti e specialmente agli stranieri quanto ristretto fosse nel regno il sentimento liberale contro il popolesco fanatismo monarchico-religioso. L'imperdonabile remissività del ministero conscio dei tradimenti del re, la solennità accademica del parlamento, il contegno della stampa, l'indole stessa della costituzione conceduta e la sua sciagurata applicazione nelle provincie, l'assoluta mancanza di patriottismo nell'esercito e nel popolo, la strage seguita e le minime ed effimere insurrezioni calabresi che vi risposero e a domare le quali bastò la presenza dei generali Nunziante e Basacca, dovettero convincere anche i più fiduciosi fra i rivoluzionari che le speranze della rivoluzione italiana non avrebbero mai potuto fiorire al bel sole napoletano. Il terzo esperimento di libertà vi era riuscito più meschino del primo e più infelice del secondo: nè il re, nè l'aristocrazia, nè la borghesia, nè il popolo, nè i rivoluzionari medesimi vi si erano mostrati con migliori attitudini e più moderne idee. La corte aveva tradito, l'aristocrazia era rimasta estranea o inconciliabile colla rivoluzione, la minoranza magnanima ma scarsa della borghesia non aveva potuto resistere al bestiale monarchismo del popolo, mentre l'ostinata credulità dei rivoluzionari al re offuscava ancora dopo la strage nella loro stessa coscienza gl'istinti dell'italianità.
Soffocata nel sangue l'opposizione costituzionale, Ferdinando non osò sopprimere tosto la costituzione: la Sicilia era ancora ribelle, nelle Calabrie Giuseppe Ricciardi alla testa di pochi insorti, ai quali si era aggiunta una grossa schiera di siciliani guidata da Ribotti, bandiva un proclama per radunare la dispersa assemblea e rovesciare la monarchia; Guglielmo Pepe a Bologna con 8000 uomini, De Cosa colla flotta nell'Adriatico, potevano ritornare ribelli su Napoli, rianimandovi la rivoluzione. Quindi i primi decreti e il nuovo ministero, nel quale ricomparve più tristo il Bozzelli, riaffermarono per meglio distruggerla l'integrità della costituzione; ma quando Pepe, abbandonato vilmente da quasi tutto l'esercito, andò a Venezia con un sol battaglione di napoletani, e De Cosa, assentendo al voto dei propri ufficiali, abbandonò l'eroica città alla tragedia dell'assedio imminente, il re, fatto sicuro, stracciò lo statuto come una maschera insanguinata, che gl'impediva di mostrare al popolo la feroce esultanza del proprio tradimento.
Le annessioni al Piemonte.
Alle notizie della crudele reazione napoletana la Sicilia ribelle e presaga di morte si scosse: nel resto d'Italia gli animi già esaltati dall'incessante battaglia di troppe contradizioni precipitarono nelle decisioni estreme come ad un ultimo assalto. I moderati fecero ogni opera per affrettare le annessioni al Piemonte; i republicani urlarono al tradimento, additando nel Borbone il simbolo di tutti i principi d'Italia. Carlo Alberto rimasto solo alla guerra, mentre l'Austria veniva sedando i propri contrasti interni, peggiorava ogni giorno nelle armi e nella politica; il disegno della federazione italiana, benchè corresse ancora per le mani della diplomazia, non era più che un cencio incapace di mutarsi in bandiera; la guerra popolare sognata dai republicani non accennava a prorompere e, quantunque i governi provvisori accontatisi col Piemonte rimanessero ad impedirla, non sarebbe egualmente scoppiata per mancanza d'entusiasmo nel popolo, di accordo nei capi e di concetti chiari e pratici in tutti. L'antico disegno dei Savoia, dacchè il loro montano principato era cresciuto a regno, di conquistare tutta la valle del Po diventava fatalmente il supremo proposito del partito moderato, nemico del pari alla rivoluzione e allo straniero. Dal concetto della federazione a quello di un'Italia del nord il passo era breve: Milano non aveva saputo gridarsi in repubblica, Venezia insorta per questo nome non vi aveva guadagnato abbastanza vitalità per salvarsi in tanto pericolo di guerra. D'altronde le altre grosse città di provincia non aderivano alle due capitali con devozione incondizionata. Milano, interrompendo l'epopea delle cinque giornate ed accordandosi con rilassatezza colpevole all'esercito del re di Piemonte, si era suicidata; Venezia, affermandosi republica in un impeto di classica rettorica, non aveva poi partecipato alla guerra contro l'Austria con abbastanza gloria per resistere al confronto del proprio passato e a quello più urgente dell'esercito piemontese.
Poichè l'Italia era in guerra contro l'Austria per riconquistare le proprie Provincie, il solo re, il solo esercito, le sole battaglie, la sola vittoria italiana, la sola speranza di una vittoria finale era riposta in Carlo Alberto e nel Piemonte. La sospensione decretata dai governi provvisori per decidere della propria forma politica a guerra vinta, assurda sino dal primo giorno, diventava intollerabile. La coscienza pubblica sbattuta da troppi terrori aveva d'uopo di riposarsi in qualche certezza; Carlo Alberto, sempre pauroso d'improvvisi moti repubblicani, spingeva il partito moderato ad osare; Gioberti, fattosi commesso viaggiatore della monarchia savoiarda, predicava le annessioni per tutte le piazze d'Italia; si era già tentato Cattaneo, poi si offerse a Mazzini qualunque maggiore influenza democratica negli articoli della futura costituzione se avesse patrocinato la fusione monarchica; si denunciavano i republicani come nemici della patria, si vantavano le vittorie regie, s'ingrandivano i pericoli futuri, si encomiava sopratutto l'incomparabile lealtà del re, che, proponendo l'annessione, concedeva ai nuovi popoli il diritto di ricorreggere quello stesso statuto da lui spontaneamente largito ai piemontesi; si sussurrava alla grossa metropoli lombarda che Torino le cederebbe l'onore di capitale. Mazzini, republicano ed unitario ed egualmente assoluto in ambo le idee, ma fatalmente caduto dalla concessa neutralità nell'inazione, non poteva opporre a questi argomenti immediati che l'eroica fantasmagoria di lontani ideali. L'insufficienza del partito republicano in quell'inerzia del popolo e sopratutto la mancanza di una bandiera republicana ed unitaria al campo, lo costringevano a destreggiarsi in una lotta meschina di recriminazioni contro coloro che guidavano la rivoluzione, e ai quali non aveva osato opporsi francamente da principio. La sua neutralità peggiorava l'indecisione del governo provvisorio, la riserva di Carlo Alberto e l'incertezza di tutte le altre città, nelle quali l'insurrezione contro lo straniero non era ancora diventata rivoluzione. Infatti Venezia, proclamandosi republica, aveva chiesto al gabinetto francese protezione contro l'ambizione conquistatrice del Piemonte; la Sicilia ribelle aveva tirato sulle navi napoletane mandate nell'Adriatico a combattere la flotta austriaca; i ducati invocavano la tutela di Carlo Alberto, contrapponendosi l'uno all'altro i propri governi provvisori con inesausto rancore medioevale e disinteressandosi dalla guerra; la Toscana aveva appena 5000 volontari al campo, e chiedeva soccorsi a Carlo Alberto contro Livorno tumultuante nell'anarchia; Napoli non era più rappresentata alla guerra che da un battaglione di disertori; Pio IX, ricacciato dalla viltà entro l'antica clausura della politica pontificia, tradiva la guerra consigliando ipocritamente la pace; Mazzini, dopo vent'anni di sublime apostolato invocando ad alte grida il giorno della rivoluzione, rimaneva chiuso in Milano come in ostaggio senza osare una insurrezione contro le mene federali, che dovevano fra poco imporre al suo genio unitario un'ultima repubblica romana.
Laonde il partito delle annessioni prevalse: il popolo, votandole, si rifugiò nell'unità del regno piemontese come in una fortezza, che la diplomazia europea avrebbe difeso dalla terribile rivincita austriaca già scendente le Alpi. Infatti le prime città a dichiararsi per l'annessione immediata furono Piacenza, Brescia e Bergamo; Parma, Modena, Reggio, Milano (29 maggio) seguirono l'esempio; il partito repubblicano non seppe che protestare: le città venete, sbigottite dalla caduta di Udine, strinsero con minaccia fratricida d'abbandono il governo veneziano a deliberare l'unione col Piemonte. Il pericolo incalzava; Manin, ultimo doge e forse unico republicano, cedette generosamente, consigliando egli stesso all'assemblea di riseppellire per sempre la republica sotto il trono dei Savoia.
L'ideale republicano era vinto, ma l'idea unitaria aveva così dato un passo decisivo: l'abdicazione di Milano, Venezia, Parma e Modena a Torino nel nome d'Italia chiudeva per sempre il passato federale della loro storia, iniziando l'èra nazionale italiana, giacchè da quella sottomissione non vi sarebbe appello per mutare di circostanze politiche. Re Carlo Alberto doveva essere vinto nella guerra lombarda; però il nuovo concetto dell'Italia del nord, robusta monarchia di dodici milioni di cittadini recinta dall'Alpi e dai mari, baluardo agli stranieri e centro d'attrazione al resto d'Italia, resterebbe dopo l'inevitabile sconfitta del momento come un fatto indiscutibile per la rivoluzione italiana.
Colle annessioni il Piemonte gettava le basi della propria egemonia, annullando tutti gli altri principati italiani, ma esaurendo al tempo stesso lo scopo della propria guerra. Infatti i negoziati ripresi vivamente, se parvero da principio contradire a questo proposito, dopo lo espressero fin troppo chiaramente. L'Austria, sopraffatta dalle difficoltà delle proprie rivoluzioni centrali e nello sbigottimento delle prime vittorie piemontesi, aveva offerto al re per confine la linea del Mincio, mentre questi, voglioso di accettare, era costretto dal nobile sentimento delle popolazioni lombarde a rifiutare qualunque accordo non comprendesse la Venezia; ma, sentendo piegare tutte le rivoluzioni d'Europa sotto la pressione monarchica, il vecchio impero restringeva ora le offerte e mutava linguaggio. La Dieta di Francoforte quantunque rivoluzionaria pretestava ragioni germaniche sul Tirolo, Trieste e fino su Venezia, per la quale si era pensato di costituire una specie di granducato autonomo sotto un principe austriaco: la Francia, che al principio della rivoluzione e nel disegno di costituire Milano e Venezia in piccole republiche, sotto la propria influenza, aveva promesso aiuto di diplomazia, di denaro e di soldati, ingelosita adesso di un ingrossamento del Piemonte monarchico, mutava tono e misura. Lord Palmerston, acuto ministro inglese, osava solo consigliare all'Austria l'abbandono delle Provincie insorte come troppo difficili a riconquistare ed impossibili a tenersi. Intanto, raffreddandosi colle annessioni l'entusiasmo guerresco delle popolazioni, e languendo la guerra per l'equivoca incertezza del re e l'insipienza dei generali, la condizione diplomatica diventava di giorno in giorno peggiore. Se le annessioni importavano l'abdicazione delle antiche autonomie federali, inducevano pure sciaguratamente nell'animo del popolo un sentimento di abbandono alla causa nazionale: il re solo era tutto, e doveva quindi bastare a tutto. L'eroismo dei rivoluzionari veri, offeso dalla precipitata dedizione, stava imbronciato; la predicazione deprimente del partito moderato rifuggitosi nella monarchia piemontese non poteva eccitare nel popolo nuovi entusiasmi, ora che una stanchezza amara dei primi sforzi inutilmente gloriosi prostrava i ribelli delle cinque giornate, e una servile acquiescenza all'iniziativa regia giustificava nel grosso della gente ogni errore del governo.