Nullameno nessuna alleanza era ancora stretta. La lunga e disastrosa preparazione minacciava di esaurire il piccolo stato: in parlamento, nelle ultime discussioni pel prestito dei quaranta milioni necessari al compimento delle opere del Cenisio e della Spezia, solo una suprema speranza d'imminente guerra nazionale aveva potuto decidere della votazione.

La politica apparente del gabinetto francese, presieduto dal conte Walewski, era tutt'altro che rivoluzionaria; quella personale dell'imperatore si nascondeva fra ambagi inintelligibili anche ai più abili diplomatici. Il conte di Cavour non poteva sperare che in questa, ma nessuna destrezza di espedienti o di suggestioni sarebbe mai riuscita a decidere l'imperatore ad una guerra contro l'Austria in pro della rivoluzione italiana, senza l'oscura necessità che spingeva il secondo impero entro l'orbita del primo, condannandolo ad essere rivoluzionario suo malgrado, e a dover vivere e morire di guerre.

L'idea napoleonica.

Dopo pochi anni, il prestigio ottenuto dall'impero coll'impresa di Crimea e col congresso di Parigi accennava a decrescere paurosamente. Il sodalizio delle dinastie non aveva ancora accettato nel proprio seno l'imperatore; l'opposizione scarsa di rappresentanti nelle Camere era guidata dai maggiori uomini francesi: Victor Hugo esule bastava solo a mantenere contro l'impero l'odio della coscienza nazionale, attirandogli, coll'irresistibile potenza di una lirica unica nella storia d'Europa, il disprezzo della coscienza universale. Il partito clericale, sostenendo Napoleone per l'appoggio da lui prestato al papa, si scindeva in legittimisti ed orleanisti, irreconciliabili per interessi dinastici; la borghesia avida di lucri non poteva sognarli al solito che da una effimera supremazia francese; il popolo sempre avido di gloria aspettava la pompa di nuovi trionfi. Nell'opinione europea l'impero napoleonico restava ancora un'avventura. L'Austria era uscita più forte dal congresso di Parigi; la Russia esausta ed indarno blandita da Napoleone gli teneva il broncio; l'Inghilterra, malgrado l'oscillazione de' suoi partiti whig e tory al potere, si ostinava nei trattati del 1815; la Prussia si manteneva ligia all'Austria e alle tradizioni reazionarie: l'iniziativa rivoluzionaria doveva quindi venire dalla Francia ridivenuta imperiale come all'indomani della sua grande rivoluzione dell'89. Nato di rivoluzione, l'impero bonapartista non poteva vivere che di rivoluzione: l'inerzia lo avrebbe ucciso e un ritorno a maggior reazione rovesciato. La iniziativa Francese cominciata coll'89 doveva proseguire: tutte le rivoluzioni europee del secolo ne erano derivate, svolgendosi con processo più o meno simile al suo: ad una sistematica contraddizione di questa iniziativa la coscienza francese si sarebbe ritirata al tutto dall'impero: senza il sogno napoleonico di dominare nuovi stati con nuovi protettorati dinastici o politici, l'impero perdeva il proprio carattere europeo per restringersi ad un'interna prepotenza militare, incompatibile cogl'istinti della moderna democrazia.

L'Italia già conquistata dalla prima rivoluzione e dal primo impero francese, smembrata, sottomessa all'Austria, matura alla propria rivoluzione, si presentava come una fatalità di politica e di guerra a Napoleone III. In Italia solamente il secondo impero poteva espandersi e rinvigorirsi. Le mene murattiane a Napoli tradivano già il rinnovarsi di questo disegno bonapartista; la politica oramai decennale del Piemonte mirava alla Francia; lo spirito italiano guardava alla stella dell'impero come a quella di un nuovo mattino; la costituzione in Italia d'un forte stato boreale e costituzionale, e l'impianto a Firenze e a Napoli d'altri principi bonapartisti darebbe alla Francia, colla gloria d'aver risuscitato a vita politica il popolo più illustre del mondo, il vantaggio d'un'alleanza perpetua italiana contro l'Austria e di un predominio incontestabile sul Mediterraneo. La Francia riaprirebbe così un'altra epoca d'ascendente universale. Il cesarismo, effimera mistura di reazione e di rivoluzione, di dispotismo e di democrazia, non poteva sottrarsi alla fatalità di questa politica apparentemente avventuriera e anticipatamente condannata a produrre risultati troppo diversi dalle intenzioni. Nè il terrore dell'attentato, nè l'estremo voto di Orsini decisero dunque l'imperatore Napoleone III alla guerra d'Italia come vantarono con puerile rettorica molti scrittori radicali: tutta la meravigliosa destrezza del conte di Cavour non sarebbe bastata ad impigliarvelo.

Alleanza Franco-Sarda.

Infatti l'imperatore mandò spontaneamente al conte di Cavour le due ultime lettere di Orsini perchè le stampasse nella Gazzetta Ufficiale: poco dopo gli fece rimettere da uno dei propri diplomatici più familiari un'altra lettera con un disegno d'alleanza e una proposta di matrimonio fra il principe Girolamo Napoleone e una figlia di Vittorio Emanuele. Costantino Nigra fu il primo inviato del conte di Cavour a Parigi per studiare il terreno; il dottor Conneau si mutò in agente diplomatico per recare al conte di Cavour l'invito al convegno di Plombières nei Vosgi, ove si gettarono le vere basi dell'alleanza: il trattato si strinse quattro mesi dopo. Per esso l'imperatore s'impegnava a condurre in Italia duecentomila soldati contro l'Austria; suo sarebbe il comando superiore delle schiere alleate; a guerra vinta il Piemonte si aggregherebbe il Lombardo-Veneto, i Ducati, le Legazioni e le Marche; il Piemonte cedeva fin d'ora la Savoia e s'impegnava moralmente a cedere Nizza. Era fatalmente un disegno federativo; nè l'imperatore, nè il conte di Cavour potevano andare oltre. Quegli anzi, nascondendo la parte maggiore del proprio pensiero politico, intendeva a fondare un secondo regno d'Etruria per mezzo delle velleità autonomistiche dei federali toscani guidati dal Salvagnoli e dal Montanelli, aggregandovi i Ducati e molta porzione dello stato pontificio; a Napoli possibilmente si sarebbe installato Luciano Murat. Ma l'imperatore e il conte di Cavour tentavano reciprocamente d'impaniarsi in questa trama. D'unità d'Italia sarebbe stato assurdo parlare, giacchè l'impero non aveva altra base morale che il clero, e non poteva togliere Roma al papa; la Russia proteggeva per tradizione i Borboni; una vera rivoluzione era impossibile in Italia ed inaccettabile alle diplomazie. Anzi l'avversione al partito rivoluzionario era tale che nella convenzione militare susseguita al trattato politico fra il generale Niel e il generale Lamarmora si sarebbe escluso ogni concorso di volontari, se il conte di Cavour con sapiente patriottismo non si fosse ostinato a volerlo. Solo le milizie volontarie potevano dare alla guerra franco-sarda guidata dall'imperatore il carattere d'una impresa nazionale, creando probabilmente ostacoli ai segreti disegni di nuovi stati bonapartisti.

Nei prodromi della nuova rivoluzione sembrava dominare ancora il principio federalista. Utopie diplomatiche e partigiane vi si imbrogliavano: dopo il matrimonio del principe Girolamo colla principessa Clotilde di Savoia il concetto d'un regno d'Etruria per essi si popolarizzò; a Parigi Laguerronière, letterato cortigiano, stampò un opuscolo enigmatico inspirato da Napoleone, nel quale si trattava d'una confederazione italiana fuori d'ogni dominio straniero, sul tipo di quella presentata dal Gioberti con la presidenza del papa, e intesa precipuamente a rattenere la rivoluzione. Poichè l'Inghilterra sarebbe ostile ad un altro regno bonapartista nel sud, si pensava di lasciarvi ad essa la scelta del nuovo re; nessuno all'infuori di Mazzini osava reclamare Roma. Il conte di Cavour, per resistere a questa eccessiva dilatazione bonapartista, non aveva di primo tempo trovato altro espediente che il maritare la principessa Clotilde al principe Leopoldo Hohenzollern, nato di Stefania Beauharnais «onde farne un re dell'Italia centrale, ove i Lorenesi si mantenessero ligi all'Austria».

Intanto si disponevano gli approcci.

A Varsavia fu mandato il principe Girolamo per spingere la Russia a guerra coll'Austria, lasciandola libera ai padroneggiare il moto delle genti slave, mentre la Francia dominerebbe quello delle schiatte latine: ed era ancora il vecchio sogno di Napoleone I. Ma la Russia declinò l'invito per dichiararsi neutrale ed imporre la conservazione a Napoli dei Borboni; la Prussia non volle staccarsi dall'Austria e propose di provvedere alle cose d'Italia per comuni accordi pacifici; nell'Inghilterra l'opinione liberale del pubblico frenava a stento il mal volere del recente gabinetto tory.