Capitolo Decimo.
La presa di Roma

Rivalità della Francia colla Prussia.

Mentre nella dissoluzione dei partiti l'Italia cresceva a forte stato costituzionale, la grande occasione politica, che doveva risolvere il suo problema di Roma, maturava.

La tradizione di Richelieu non era morta nella diplomazia francese.

L'impero napoleonico giudicava ancora indispensabile alla propria fortuna la divisione e l'abbassamento di tutti i vicini, onde questa sua teoria rafforzata da lunghi esempi storici cresceva a passione nell'orgoglio della nazione per mantenere sull'Europa un primato impossibile. La millenaria antitesi della storia francese, sempre rivoluzionaria e sempre monarchica, peggiorava il carattere geloso di tale pretesa. La Francia era pronta a tendere la mano a tutti i popoli, ma per mutarli in proprii clienti: quindi la forma quasi sempre militare delle sue iniziative la tirava a maniera di conquista, o l'antagonismo dei propri interessi coi loro la fermava a mezzo delle migliori imprese. Generosa ed insolente, prodiga e speculatrice, fanatica di libertà e di dittatura mobile, avventuriera, ricca, altrettanto imprudente nell'ira dell'attacco che incerta nel coraggio della resistenza, la Francia era però sempre il centro della politica europea, e non sospettava nemmeno che, il progresso dell'Europa essendo appunto nella creazione di altri centri indipendenti, il principio di nazionalità dovesse riprenderle sul Reno due provincie.

Nulla poteva più arrestare la decadenza dell'impero napoleonico.

Succeduto con sanguinario processo alla impotente republica del 1848 promettendo al popolo ordine ed uguaglianza, gloria e prosperità, esso non era in fondo che una forma della democrazia non ancora arrivata alla capacità di governare se stessa. La sua missione era quindi di fortificare la coscienza nazionale in altri vent'anni di opposizione politica interna, e di mantenere alla Francia le iniziative di nazionalità nella politica estera; e l'impero si era sdebitato abbastanza bene di questi due compiti, fondando l'Italia e l'Internazionale, il maggior fatto politico e il maggior fatto sociale del secolo in Europa. Ma la sua base, fatalmente clericale, poichè i monarchici legittimisti e orleanisti l'osteggiavano, e la sua vita signoreggiata da irresistibili tendenze militari ed avventuriere, erano consunte. Così dopo aver difeso la Turchia contro la Russia per conservare contro di questa il proprio primato in Europa, e improvvisata l'Italia per mutarla in una quasi luogotenenza francese, l'impero era stato trascinato dal gran sogno napoleonico al Messico per creare coll'arciduca Massimiliano d'Austria un altro impero e un'altra supremazia francese nel nuovo mondo. Ma la Russia, arrestata un istante a Sebastopoli, proseguiva e prosegue tutt'ora nel proprio irresistibile moto d'espansione; l'Italia agglomeratasi a regno oltre e contro i disegni napoleonici accennava già per rigoglioso ed irrefrenabile sviluppo di modernità a porsi come rivale della Francia: nel Messico Benito Juarez, dopo aver fucilato l'imperatore Massimiliano a Queretaro e costretto l'esercito francese a rimpatriare, proclamava una repubblica poco minore di quella degli Stati Uniti.

La necessità per l'impero francese di appoggiarsi sul clericalismo contro l'irrompere della nuova democrazia, vietando Roma agli italiani, aveva tolto a questi dopo la tragedia d'Aspromonte e l'eccidio di Mentana ogni gratitudine; mentre la Prussia, cacciatasi finalmente alla testa della Germania, dopo le proprie strepitose vittorie del 1866 minacciava di costituire nel centro di Europa un impero nazionale più vasto e poderoso di quello napoleonico.

In Francia l'opposizione liberale e antidinastica era sempre venuta guadagnando terreno: il socialismo imperiale sorpassato da quello operaio si mutava nelle mani di Carlo Marx nella più vasta e minacciosa associazione internazionale non solo contro l'impero ma contro tutti i governi. Le vittorie prussiane avevano annebbiato lo splendore delle ultime glorie francesi, la supremazia diplomatica dell'impero era già scossa, nessuna classe lo sosteneva più all'interno, nessuna idea all'estero. Il guasto del metodo corruttore e le contraddizioni della politica dinastica con quella nazionale affrettavano fatalmente la sua decadenza.

L'imperatore, ammalato, fra una corte di bigotti e d'impiegati, non aveva in se stesso potenza capace di trascinare la nazione. Poichè non era mai stato nè generale nè statista, cominciava ora a fallire come uomo di governo e come diplomatico: una inguaribile rilassatezza intorpidiva il suo pensiero. Così, prima di essere espulso quale sovrano, dovette decadere da imperatore, abbassandosi volontariamente a subire un ultimo esperimento di governo costituzionale.