—Buon giorno,—disse.
—Buon giorno,—rispose l'altro, cavandosi il cappello e frenando il cavallo che saliva per il vano della siepe.
—Turno!—esclamò Ida, guardando con ammirazione il bel cavallo maremmano:—Lo lasci entrare.
—Ritorno adesso dalla Roccaccia, c'è la vecchia fattoressa che sta male. Ih! me ne ha quasi fatta una delle sue, stamattina, Turno. Ha troppo sangue, fortuna che è buono quanto un agnello, altrimenti ci sarebbe da accopparsi con questo ragazzaccio. Non ha che sei anni, ed è di una razza, che sono tutti più o meno mal sicuri; forti, ma mal sicuri.
E si fermò a mezzo, indovinando nell'occhio della fanciulla un sorriso d'ironia.
Ma la fanciulla accarezzava già colla mano libera il muso della bestia, la quale, usa alle pallottole di zucchero, gliela lambiva colle lunghe labbra nere.
—Non l'ho, ghiottone,—gli ripeteva percotendolo amabilmente sulle narici, senza occuparsi del cavaliere.
Questi sentì finalmente la goffaggine del proprio imbarazzo, e le chiese della mamma.
—Avrei potuto visitarla ora.