—E io?!—le accadeva spesso di mormorare.
Poi fu presa la grande risoluzione; Ida anderebbe all'Istituto superiore femminile.
—In ogni caso sarà una maestra,—aveva risposto l'ingegnere a Geltrude, che si opponeva furiosamente.
La fanciulla aveva pianto di nascosto quel giorno.
Partì per la città.
Viveva a pensione con una modesta famigliuola di sarti, i quali le avevano assegnato la loro camera più bella e le servivano a tavola per la prima i migliori bocconi. Erano piuttosto buona gente, con idee più basse della propria condizione, che lesinavano il soldo e parlavano dell'avvenire delle maestre come di una mostruosa fortuna.
Ella vivea nella propria camera non uscendone quasi mai, studiando o sognando, ma soffrendo ancora più, giacchè per quanti quattrini le mandasse il povero ingegnere, erano sempre troppo pochi ai suoi nuovi bisogni di città. La superiorità della sua natura, che la spingeva verso il lusso, come le piante si spingono verso la luce, le facea provare una strana voluttà ad ogni camicia bianca, ad ogni stivaletto ben serrato. Il bello per lei era il primo aspetto delle cose, l'estetica una religione. Teneva quella cameretta con una decenza patrizia, sè medesima con una divinità. Si bagnava, si pettinava sovente nel medesimo giorno, usava sempre dei manichini irreprensibili come il buon gusto delle sue frasi e la sceltezza delle sue maniere.
—Chissà mai!—diceva la Lucia col marito.
Ma le rade volte che uscivano a passeggiare, questa le facea da serva, ed andavano nei luoghi meno frequentati, perchè Ida, vestita come nessuna delle sue pari, si vergognava tuttavia dei propri abbigliamenti, quasi tutti dovessero notarla e farne commenti. Quindi avviluppava ogni signora, cui s'imbatteva, di un lungo sguardo, al quale nulla sfuggiva; indovinava le sottane sotto le vesti, la camicia sotto le sottane, le calze sotto la camicia; i guanti, il cappellino, l'acconciatura dei capelli, la finezza di una trina, i ricami di un tulle l'occupavano per tutta una passeggiata; quindi la sera a casa li ripensava, distraendosi dagli studii. Una sete, un'invidia di lusso, la torturavano; provava le lacerazioni d'un insulto ad ogni occhiata lanciata dietro una donna meglio vestita di lei, avrebbe volentieri dato un anno di vita per passare un giorno in carrozza.
Il cuore inaridito lasciava libera la testa, ma la sua testa era un vortice, che ingoiava tutto il mondo.