Invece l'idillio, la commedia, il dramma, la tragedia diventano davvero una prova, rivelando tutta l'anima umana in pace o in guerra contro il destino nell'immutabile carattere della propria individualità, nel giudizio supremo della coscienza sulle opere, che vi si compiono. Ma che cosa prova la musica, dopo tanta vanteria di teoriche ed esplicazione di critici e credulità di pubblico cogli ultimi melodrammi, pei quali le spese di rappresentazione sorpassarono i limiti più lontani della fantasia? Tutta l'opera e tutti i personaggi sono nella esteriorità del costume e della scena: chi potrebbe davvero, chiudendo gli occhi, distinguere nel canto la gelosia di un baritono mascherato da generale egiziano da quella di un altro baritono vestito da crociato o da gentiluomo del rinascimento? Come indovinare la collera della gelosia fra tutte le altre della superbia o dell'avarizia, se il baritono non la spieghi colle parole? Poichè in ogni amore vi sono momenti di purità divina, come riconoscere l'invocazione alla fanciulla adorata da una preghiera alla mamma? Come la musica potrebbe non confondere nella propria espressione la gioia suprema di un ritorno con quella di un riconoscimento?

Il finale della Norma rimane ancora il più bello dopo l'altro del Tristano e Isotta, ma nessuno dei tanti letterati, che hanno scoperto nella musica di Wagner così profonde significazioni filosofiche e drammatiche, ignorando i due libretti, indovinerebbe la differenza della morte fra le due coppie egualmente tragiche di amanti.

La musica fu e sarà sempre lirica e non esprimerà mai nè caratteri, nè situazioni, nè epoche, nè figure, nè la coscienza, nè la intelligenza, nè la religione di Dio o una qualunque altra. La sua qualità, contradittoria a tutte le arti, sta appunto nella espressione senza imagine; laddove architettura, scultura, pittura non esistono che per questa, e la poesia stessa colle parole la riconduce nella memoria o la suscita nella fantasia. Mentre i segni si aggiungono ai segni e le parole alle parole dinanzi ai nostri occhi, che dalla loro permanenza finiscono coll'accoglierne la intera visione, le note invece cessano una dopo l'altra al nostro orecchio, che non può intenderne la frase se non dal loro successivo dileguarsi. La musica si rivela morendo in ognuno dei propri suoni: ed ecco perchè ci appare immateriale ed indefinita.

Il suo linguaggio subisce le leggi dei numeri, ma la sua significazione non può essere tradotta da alcun altro. L'orecchio, più spirituale dell'occhio poichè non vi passano le imagini delle cose, ripercuotendo i suoni nell'anima, lascia che ella vi si libri leggera; e l'anima, sospinta da una voce senza parole e senza idee, si sente come dissolvere nell'incantesimo di una rivelazione misteriosa. Già qualche cosa manca ad ogni linguaggio. Quello dell'architettura, il più povero, non esprime che una categoria dell'intelletto, l'ordine nella misura; la scultura è senza colore e senza ambiente; la pittura non ha che una superficie; la poesia è costretta a richiamare l'imagine colla parola, lasciando fuori di questa i pensieri troppo grandi e le sensazioni troppo piccole; mentre la musica aiuta di se stessa tutti i linguaggi, ma parla solamente sul confine, ove questi si arrestano.

Ascoltatela nella solitudine, magari evocandola dal pianoforte, il più odioso degli strumenti che la perversione dell'arte abbia concesso ai dilettanti. Il pianoforte è la cassa mortuaria dell'arpa; coloro, che vi martellano sopra, mi fanno pensare alle commemorazioni dei grandi morti declamate da piccoli vivi sulla folla scempia dei partiti.

Una musica dorme in tutte le parole: sollevatele, disponetele secondo la prosodia, e ne uscirà una vibrazione tenue e possente, lunga come un'eco o improvvisa come uno scoppio. I poeti lo sanno bene quando dicono che il verso è tutto, ed invece è solamente quella musica che la poesia può contenere, mentre questa è ben altro. Infatti il dramma, una delle sue forme più vive e profonde, si attenua nel verso e vanisce nel canto, perchè basta appena il linguaggio reale per rivelare colla più ricca molteplicità di espressioni le antitesi morali dei caratteri. Shakespeare alternava prosa e verso, quasi trattando questo come quella, ma il suo Otello e il suo Amleto messi in musica non sono più che due manichini, dal ventre dei quali qualcuno canta. Non avendo letto Shakespeare, chi indovinerebbe le due tragedie dai due melodrammi? Che cosa è diventato il Faust di Goethe in quello di Gounod o nel Mefistofele di Boito o nella Cantata di Berlioz, pur superiore ad entrambi nell'impeto della passione e nella originalità dell'ingegno?

I grandi poeti non amano la musica.

Essi pensano inconsciamente per imagini, e l'eccellenza deriva in loro dal vedere ciò che gli altri non veggono dal vederlo più intensamente. Tutto si personifica nella loro fantasia, le idee più astratte e le cose più morte: prestano un'anima alla materia, i caratteri umani a tutte le anime, quindi cercando l'essenza s'indugiano nella scoperta e nell'adorazione di ogni forma. La musica non è per loro che una vibrazione della parola, come pei pittori l'ombra è un prolungamento dei corpi. La musica vera, che canta sopra sillabe slegate, effondendosi in un infinito vuoto e palpitante, finisce per irritarli: il loro occhio cerca involontariamente i contorni di una figura, la loro passione si condensa in un carattere, le loro idee si atteggiano in una scena.

I grandi poeti hanno la precisione dei grandi scultori; i grandi retori invece prediligono le apparenze capziose del colore nel labile incanto della visione: ecco la prima differenza fra Dante e Victor Hugo. Per i poeti il canto non può oltrepassare mai la parola: essi vivono nel verbo, e gli chiedono ad ogni istante una resurrezione.

Non credete quindi, signora, ai poeti che vi dicono di amare la musica, e sopratutto guardatevi dallo stimare Wagner un poeta per avere raffazzonato nei propri libretti alcune vecchie saghe.