Ma nel suo spirito nato a signoreggiare non erano le impazienze della vanità. Al pari di tutti gli eletti egli aveva il dono della simpatia, senza la quale non vi può essere elezione; sapeva piegarsi dinanzi alle cose e resistere agli uomini colla istintiva virtù, che misura in ogni atto tutte le forze di un'anima per vincerla dove natura già l'inclina; e quindi dalla sua parola fluiva una strana seduzione. Non era oratore nè scrittore; intendeva le più recondite bellezze dell'arte, ma non avrebbe potuto ripeterle; la sua parola lucida ed acuta passava attraverso le più folte difficoltà come un raggio illuminando senza ferire; la sua alta e massiccia figura pareva di atleta, e il suo spirito aveva quella grazia lieve, che attenua la sconfitta e la vittoria di un imprevidibile accordo. Ovunque, in mezzo al popolo, dove più irritate ridono le passioni, nelle assemblee e nei comitati, fra gli elettori e gli eletti; altrove, nei circoli mondani o politici, fra principi del sangue o dell'ingegno, della finanza e del governo, alti nella potenza o nella solitudine; dinanzi al moderno patriziato femminile, così vario nella sua monotonia e difficile nell'effimera superiorità della sua bellezza, egli era, come fra noi, il gran signore moderno, che ha imparato tutta la vita oltrepassandone ogni classe, e può colla stessa mirabile disinvoltura compierne le più dispari funzioni.

Eppure quella, nella quale era cresciuta, non bastava a rivelarlo. Ma vi è un profumo spirituale, cui è impossibile ingannarsi: vi è una sovranità che attira gli omaggi anche senza alcuna decorazione d'impero; vi sono nella folla i candidati alla gloria e che non vi arriveranno, le guide che non saranno mai condottieri, uomini di arte, di scienza e di politica, ai quali la vita ritarda o la morte tronca il cammino prima che la loro opera medesima sia incominciata. Qualche cosa spesso li avverte di questo inintelligibile destino, che strappa il fiore per non avere il frutto: quindi nel loro occhio o nella loro voce ci sembra di sentire talvolta come un'ombra, qualche sibilo passa nella loro ironia simile ad un grido di angoscia repressa, mentre il loro pensiero s'infiamma improvvisamente nell'orgoglio della propria grandezza segreta. Ma più spesso non lo sanno: attendono nella calma della forza, col sorriso sulle labbra, guardando tutti gli inetti, ai quali soprastaranno domani; e allora l'incanto della loro conversazione si fa più potente, come l'amore nel gaudio delle prime aspettazioni, e la loro mano si tradisce ingenuamente nel gesto del comando.

Che importano veramente la gloria e l'impero? L'elezione non è che un riconoscimento; adagio o all'improvviso la folla scopre il dominatore; difficilmente essa s'inganna, ma bene s'ingannano coloro che immaginano nella folla quell'unico. Come le onde sul mare, le teste si levano sulla moltitudine agitata a guardare lungi le curve sinuose delle sue correnti; il fiotto solo non la fronte è la misura della loro altezza, poi la notte le copre, e di loro non resta che un'ombra nella memoria.

Adesso egli è morto soffocato, schiacciato, frantumato fra l'urto di due treni lanciati ad una corsa vertiginosa, poco lungi da Roma, davanti a Castel Giubileo; è morto improvvisamente sotto una valanga di ferro, dentro un fracasso di tuono, fra le grida, il fumo, l'orrore, la morte di una folla sorpresa nell'incanto della notte lunare, colla memoria ancora piena di un'altra tragedia regale.

Umberto I, il re assassinato a Monza da un anarca fra una festa di popolo, era entrato il giorno prima nel Pantheon come un vincitore benedetto dal clero di Roma; il popolo d'Italia aveva riempito l'antica città più solennemente pensosa, e ne ripartiva a tutte le ore, e nel viaggio forse ogni pensiero si faceva più grande dinanzi alla tragica maestà dell'agro muto su tante memorie. Come, perchè l'immensa catastrofe?

Non lo sanno: le massime colpe al solito non hanno che vittime, la morte diventa la loro assoluzione.

Un amico mi ha mostrato con un gesto tremolo la perizia scritta dai medici su quello che era stato il corpo di lui, ma anche i miei occhi hanno tremato, non ho potuto leggerla; egli non era nemmeno più un cadavere, perchè il cadavere è ancora l'uomo, la sua forma, la sua immagine muta ma eloquente nell'ultima fisonomia del suo spirito.

Lo hanno riconosciuto, non visto. Egli non seppe forse di morire: era dentro gli ultimi vagoni, sui quali l'enorme macchina nera, sbuffante, sibilante nello spasimo del terrore urtò: l'irresistibile impeto la sollevò sulle quattro ruote, che li strinsero come le branchie di un mostro, mentre le strida dei morenti guizzavano e si spegnevano come dentro un rombo di tremoto, e il mostro ferito, rovesciato anch'esso, ansava sinistramente immobile, col ventre rigato di fuoco sulla vivente ruina.

No, egli non seppe di morire; ho bisogno di crederlo per lui, per la sua anima di padre.

È morto, e basta: il dolore resta a noi.