Ma questo illustre, per il quale ogni aggettivo comincia oggi a parer piccolo, e che seguaci fanatici invocano col nome ridicolo di pontefice, si era faticosamente educato alla stessa scuola degli antichi, fra le ombre incappucciate del primo rinascimento. I suoi giovani canti erano sembrati echi di perdute ballate; poi la rivoluzione, strappandolo a quei sogni toscani, gli aveva insegnato, coll'eroico linguaggio dei fatti, nuovi ritmi e nuove parole. Nullameno ignorato od incompreso per molti anni, invece di capitanare il nuovo movimento, parve ne continuasse un altro; mentre i giovani volontarii della letteratura, che avevano forse lasciato allora le bandiere del Garibaldi, ne cercavano un altro egualmente splendido, ma altrettanto facile. Invece il nuovo duce, che varcate le Alpi scrutava in quel momento per la Germania, preludendo alle teoriche ed ai trionfi di Moltke, affermava la necessità di una profonda dottrina per ogni ordine di milizie, e di una grande tradizione per una grande arte. Naturalmente i giovani volontari non intesero, o sdegnarono, e l'austero superbo rimase senza esercito.
Intanto due capitani di ventura levavano il campo a rumore: uno era vestito da bardo, l'altro da menestrello. Il primo coi panni sciattati, un mantello reale, ricamato di perle e schizzato di fango neglicentemente gettato sulle spalle, coi capelli che gli svolazzavano da un elmo fantastico, si abbandonava alla stupenda dolcezza del proprio canto, e cantava di tutto. Aveva la voce maschia e molle, le note piene, le cadenze quasi sempre leziose: ma le canzoni salivano dalle sue labbra con un volo inesauribile di insetti in un raggio di sole, e la sua fronte, sulla quale le visioni passavano come le nuvole in cielo, aveva una ineffabile espressione di malinconia. Bardo e capitano fu troppo l'uno per poter essere l'altro, nobile e bello non cercò d'ingrossare il proprio seguito, e procedette combattendo e cantando come un eroe di Ossian. La gente lo chiamava Prati, i giovani imparavano le sue canzoni, i critici insultavano il poeta e la sua poesia. L'altro menestrello era una figura femminea. Portava le scarpette scollate, le calze di seta, il giustacuore a sbuffi con un cuore, trafitto da una freccia d'oro, ricamato sul petto, e un berrettino con due penne di airone, che gli ricadevano sui ricci profumati della capigliatura. I suoi occhi avevano il languore spasimante di un paggio, le sue dita erano cerchiate di anelli come quelle della sua dama; e toccando il mandolino con una grazia piena di civetteria si avanzava occhieggiando ai balconi. Un giorno, da una finestra inghirlandata di vasi, una mano bianca gli aveva gettato un mazzo di viole, ed egli le portò sempre sul petto. Quelle viole diventarono la sua poesia, il loro profumo fu tutto il suo pensiero, ed il suo sentimento. La gente lo chiamava Aleardi, le donne cantavano le sue romanze, i critici basivano di ammirazione in faccia alla sua poesia ed al poeta.
Ma dietro loro, nel corteo variopinto, più di una figura e di una testa avrebbero dovuto attirare l'attenzione. Due vecchi, Mamiani e Tommaseo, dalla fronte alta e serena, procedevano a braccetto dietro la medesima idea e la medesima musa: il primo aveva pur trovato qualche canto, oggi perduto, e che sarà forse rintracciato fra un secolo; il secondo aveva dato il volo a qualche inno, che pochi avevano letto, ma che molti avevano ammirato, come un anello, che tentava di congiungere filosofia e religione, la tradizione dell'arte antica col sentimento dell'arte moderna. Però l'Uberti, malgrado i grandi sforzi, non potè uscire dal manipolo tumultuoso dei Tirtei da bivacco, i quali seguitavano le loro storpie canzoni senza l'accompagnamento delle fanfare ed il rullo dei tamburi: e quindi un levita ed un alfiere, irrompendo dalle file, parvero raggiungere per un momento i due acclamati capitani. Il primo era Zanella, il secondo Praga: questi morendo nominò eredi lo Stecchetti ed il Boito, all'uno lasciando la sensualità famigliare, all'altro la stramberia immaginosa. Zanella invecchiando sentì morirsi intorno quasi tutte le proprie poesie. Eppure pensatore modesto aveva avuto qualche nuovo ed elevato pensiero, cesellatore paziente aveva dato a qualche strofa la solida eleganza di un bronzo, la finitezza squisita di una orificeria. L'altro fu più una poesia che un poeta. Il tremito convulso della mano gli guastò quasi sempre il disegno, o gli intorbidò il colore, mentre il suo pensiero, che avrebbe avuto la grazia della leggerezza, prendeva volentieri la goffaggine della gravità; e la pretensione dell'orgoglio falsificava l'ingenua violenza o la mollezza nervosa del suo sentimento. Nullameno egli fu nuovo, e più semplice sarebbe stato originale.
Intanto Rovani, discendendo la parabola luminosa dei suoi Cento Anni, arrivava fatalmente alla Giovinezza di Cesare, abbandonato da Tarchetti e da Nievo, che gli si erano serrati attorno per un momento. Ambedue erano morti presto, ambedue prima di spegnersi ebbero o parvero avere un'ora di astro. Forse il raggio della pietà accresceva la luce della loro gloria, e la morte incontrata all'avanguardia parve al resto dell'esercito un segno di vittoria. Il primo scrisse perchè sentì, ed il suo stile peccò come il suo sentimento; il secondo pensò e sentì ciò che scrisse, ed il suo stile avrebbe forse potuto mantenere ciò che aveva promesso. Tarchetti è diventato un martire nel martirologio della boemia, Nievo è dimenticato persino dai cronisti dell'arte. E mentre il romanzo si contorceva nella culla, il dramma e la commedia si contorcevano nell'agonia. Giacometti, ingegno vasto, ma corroso dalla rettorica, aveva ceduto il campo ai sorvenienti: Cicconi, sbocciato e caduto come un fiore, non aveva lasciato dietro sè che alcune foglie secche: Gherardi del Testa tentava ancora di celiare: Ferrari costruiva impalcature, per le quali i personaggi salivano come manovali, la schiena carica di tanti frammenti di una tesi: Torelli, un novizio, che alla prima prova era parso un maestro, ridiventava mano mano uno scolaro; Marenco imperversando pestava idillio e tragedia; Bersezio credendo di dipingere qualche scena non si accorgeva di pitturare appena una quinta, e il nostro teatro italiano era sempre uno scalo dell'arte francese. Però la sua illusione abbacinava il pubblico, che intronato dai critici gazzettieri, cominciava a credere nella nuova arte.
Allora due nuovi scrittori comparvero nell'arringo: un bozzettista, che si fece poi viaggiatore: un novelliere, che salì fino al romanzo, De Amicis e Verga. Al primo salto oltrepassarono tutti e nessuno li ha ancora sorpassati. Quegli s'impossessò della fibra scossa dall'Aleardi, ed ottenne un secondo trionfo di lagrime. Soldato formò dei soldatini di piombo per il pubblico, che ne impazzì, perchè piangevano senza perdere la vernice: li depose nel proprio libro come dentro a una scatola, e il libro diventò una strenna. Tutti vollero averlo, la bottega dell'editore fu messa a ruba. Ma nessuno di quei soldati era dell'esercito che aveva fatto l'Italia, nessuno aveva la fibra dei veterani del trentuno, nessuno l'impeto lirico dei ribelli del quarantotto, nessuno il sentimento epico dei volontari del cinquantanove. Invano Garibaldi aveva difeso Roma da tutta l'Europa, invano Lamarmora più tardi aveva salvata la medesima Europa alla Cernaia, e le aveva per prezzo del servizio dimandato l'Italia; invano tutti i villaggi erano clamorosi di soldati e di racconti guerreschi, gli eroi ed i martiri caldi di entusiasmo e di ferite: De Amicis invece di vedere e di ascoltare, aveva monturato i versi dell'Aleardi, e ne avea fatti tanti soldati. Nullameno i paesaggi salvarono le figure dei quadri, e la madre del figlio fu la più nobile e fortunata risorsa dello scrittore. Verga più coraggioso e più acuto sfiorò appena l'idillio e cercò il dramma. I suoi primi libri furono più un ricordo che una scoperta, ma imitando gli altri finì per trovare se stesso; e oggi, dopo un raccoglimento di qualche anno, ricompare più severo e più italiano, mentre Fogazzaro tenta di oscurarlo colla sua Malombra, Faldella vezzeggia ancora nei racconti, Barrili trova lettori per le proprie immutabili favole, orlate della stessa immutabile frangia di riflessioni; Capuana ne cerca per i suoi nuovi e piccoli esperimenti naturalisti, e il Pratesi quasi ignorato ne merita.
Che se il romanzo aspetta ancora il proprio grand'uomo, il teatro ieri ha perduto uno dei suoi migliori, che molti credevano tale, Cossa è morto improvvisamente. I suoi primi saggi passarono inosservati, poi diede il Nerone, e l'Italia che giustamente si era appena voltata all'Arduino del Morelli, ed avrebbe dovuto voltarsi al San Paolo del Gazzoletti, svenne quasi d'entusiasmo davanti a questo capolavoro di una sera. I critici da giornale unirono in coro teorie ed applausi; si parlò di arte nuova, di uomini, che sulla scena venivano dopo tanti secoli a sostituire i personaggi, di una storia e di una vita, che uscirebbero rinnovellate da quest'arte. I drammi successivi, per quanto poveri, non valsero a smagare queste promesse, alle quali il poeta nella sua contegnosa modestia non aveva forse mai pensato, e il nome e l'arte del Cossa invasero pubblico e scena. Ingegno lirico senza profondità di sentimento nè elevatezza di pensiero, invece di concepire un dramma trovò spesso una scena, ve ne mise altre intorno, e lo fece; ma sempre lirico ripetè le stesse figure o le stesse idee, sostituendo una stampiglia ad un'altra, applicando alla storia la piccola pittura di genere invece della grande pittura accademica. Se non che a forza di impicciolire i personaggi, li fece quasi passare per uomini e credere vivi, benchè campati nel vuoto e moventisi per una scena, nella quale l'impero romano, reso con un processo di decalcomania, aveva appena il valore di una ornamentazione da piatti. Come tutti i piccoli, che la piccolezza inconsapevole rende temerari, affrontò tutte le epoche, si attaccò a tutti i colossi, Mario e Nerone, Cleopatra e Messalina, Beethoven e Ariosto, Giuliano l'Apostata e il Duca Valentino, alla repubblica di Rienzi e a quella di Cirillo, mettendo sempre un'epoca intorno ad un individuo, come si mette la paglia attorno ad un bicchiere, perchè non si rompa; poeta senza verso, dopo che Foscolo e Manzoni avevano scritto i versi dell'Aiace e dell'Adelchi; drammaturgo senza potenza di evocazione; artista, che del teatro aveva imparato la decorazione ed il macchinismo. Non avendo fiato per le tragedie, credette di salvarsi chiamando drammi le proprie, ma in questi drammi, ai quali la volgarità della forma avrebbe pur sempre conteso l'esistenza, non seppe convenire le vere fisonomie tragiche, le fatalità psicologiche o storiche, da cui solamente il dramma si forma. Ma il pubblico ristufo dei gentiluomini apocrifi del Ferrari si apprese ai romani falsi del Cossa, e contrapponendo per un istante l'uno all'altro i due scrittori, li riunì come due amici nel medesimo applauso. La fortuna di questi romani usuali ne attirò altri: drammi e romanzi pullularono. Tito Vezio e Spartaco tornarono col Castellazzo e col Giovagnoli per mettersi il nostro sentimento moderno sotto la loro tunica antica. Cavallotti, condannato dal destino alla rivolta in politica ed alla imitazione in arte, per essere originale seguendo il Cossa, andò in Grecia; ed egli, il poeta più sgraziato nella forma, rappresentò il popolo più poetico della terra: non pensando che scrivere una tragedia greca dopo Eschilo era una follia, e bisognava chiamarsi Shakespeare o Goethe, perchè la follia potesse essere genio; dopo Sofocle era un'imprudenza e bisognava essere un poeta come Foscolo, perchè la profonda umanità del sentimento e la irresistibile bellezza del verso la facessero perdonare. Ed invece parmi che a Milano l'Aiace fosse fischiato la prima volta. Col Cavallotti si unì il Salmini, ingegno rozzo, ma più forte; artista forse altrettanto scomposto, ma più serio. Ed ora è morto egli pure. Poi fra tutti questi rantoli di tragedie il Giacosa mise il riso gaio di una fiaba, che per un'ora trionfò di tutto e di tutti; senonchè temperamento delicato e spirito fine, salito trionfalmente dalla leggenda medioevale alla commedia goldoniana, volle essere tragico, come i tragici, che aveva quasi fatto dimenticare, ed allora il vincitore fu vinto. Ma col Giacosa avevano già preluso il Martini ed il De Renzis tentando i proverbi; però, se il primo valeva infinitamente più del secondo, nessuno dei due ricordò nemmeno da lungi il Marivaux o il Musset: invece di cammei fecero delle stampe, non furono abbastanza poeti per avere le perle, abbastanza orefici per saperle legare. Quindi il Martini arrischiò il racconto, e piacque; il De Renzis pretese al romanzo, e decadde.
E in questa catena di opere e di scrittori, che doveva legare il teatro italiano moderno al teatro italiano antico, che l'Italia non ha mai veramente avuto malgrado il Goldoni; nella quale Cossa colava il il bronzo delle statue antiche, Ferrari la ghisa dei mascheroni moderni, l'ultimo anello fu il solo, che non si rompesse sotto lo sforzo della critica. Il teatro popolare, che colle radici piantate nel cuore del popolo, fuori di ogni abitudine classica, prosperava più forse per un rigoglio di natura, che per una coscienza artistica, trovò nel Gallina il proprio instauratore. Il quale, giovandosi col tristo esempio del Torelli, che aveva fatto accettare sulla scena il proprio dialetto italiano, v'impose il vernacolo di Goldoni; il pubblico accorse, applaudì, non osò sentenziare fra questo principiante e i decani, fra quest'arte fresca e quell'arte decrepita, ma l'incertezza del pubblico fu il maggiore dei trionfi, giacchè per la prima volta il pubblico si trovava in faccia a del nuovo. Gallina aveva vinto, il teatro era nato: ma siccome i bambini non divertono che per una mezz'ora, quelle sue commedie, penetranti come un vagito e graziose come un sorriso, non potevano, e non possono bastare alla vita di un teatro.
Nè questa guerra nell'arte fu solo di uomini, chè sull'orme di Sara e di Ouida, due inglesi della colonia italiana, molte donne, che l'esempio della principessa Trivulzio ed il più alto ancora della Lorenzi non aveva scosso, entrarono in lizza. Ma siccome le donne, che pensano, sono una rarità nel loro sesso; così le donne, che scrivono, debbono avere il valore di una grande eccezione nel nostro: una scrittrice o è molto o è nulla; le nostre non furono che troppe. In un secolo, al quale la Stäel apre la soglia, George Sand illumina il meriggio, Giorgio Eliot rinchiude le porte del sepolcro, la donna che vuol perdere il proprio sesso, facendosi scrittrice, deve barattarlo con un'immensa gloria sotto pena di fare un contratto altrettanto dannoso che ridicolo. Certamente il pensiero non ha sesso, ma la sua è una fatica talmente maschia, che le donne non possono sopportarla, o sopportandola, vi si snaturano.
Ed ecco l'arte dell'Italia fatta dirimpetto all'arte, che ha fatto l'Italia.
Che cosa è il Nerone in faccia all'Adelchi? l'Arduino di Ivrea in faccia all'Arnaldo da Brescia? Che cosa sono i Rossi ed i Neri del Barrili in faccia all'Assedio di Firenze? Una volta i filosofi italiani si chiamavano Rosmini, Gioberti, Romagnosi: l'ultimo scolaro di quest'ultimo, grande quanto il maestro, il Ferrari, è morto ieri, e nessuno se ne è avveduto. Come si chiamano oggi i filosofi d'Italia? Ho letto Vera, e l'enormità di Hegel mi ha ispirato una calda ammirazione per l'interpetre; Ausonio Franchi, che Michelet battezzò il primo logico del secolo, si è ritirato dalla lotta; Augusto Conti, sentimento greve e ragione leggera, scema l'imponenza dell'autorità e il prestigio della poesia alla vecchia causa, che difende: Ardigò applica a se stesso la teorica della evoluzione, e di canonico si trasforma in ateo; Bovio, una nebulosa nella scuola, è diventato una nebbia nel Parlamento. E gli altri? Messedaglia e Correnti hanno trovato per la loro scienza una delle prose più belle del tempo; il Villari, spirito saldo ed acuto, preludia vigorosamente nella critica e nella storia; il padre Tosti mantiene il magnifico stile italiano di una volta, l'abate Fornari incolla l'abate Cesari sull'abate Gioberti, il Minghetti risente del Costa, il Tabarrini unisce al profumo dell'eleganza antica i sentori della vita moderna, il Bonghi, mente vasta e profonda, prodiga osservazioni e consigli talmente buoni, che nemmeno egli stesso sa praticare. Chi dunque alza una bandiera, la quale raccogliendo tutti gli sparsi manipoli, rannodi un esercito? Dov'è la lingua vera? quale è lo stile vivo? Manzoni prima di morire si abboccò col Bonghi su questo: che ne decisero dunque? Chi ha ragione, la piazza o la scuola, la tradizione o la vita? Certo col linguaggio della scuola non si può esprimere tutto, ma col linguaggio della piazza è altrettanto certo che non si è intesi da tutti. E non per tanto lo stile è tutta l'arte, perchè in pari tempo parola e frase, colore e disegno, ombra e luce, forma e sostanza. Quale oggi di tutti questi giovani ribelli, che disprezzano il passato e i passati, scrive una pagina come alcune del Tommaseo, o detta solamente un periodo, che si riconosca fra centomila, e sia forse il più bello, come uno qualunque del Mazzini? Profeta, apostolo e condottiero, la missione e l'epopea della sua vita gli contesero di essere forse dei primissimi fra gli scrittori del secolo, e non per tanto d'Italia fu il più nuovo ed il migliore. Immaginoso come il Niccolini ebbe il calore del Guerrazzi, colla fluidità del Manzoni e la precisione del Tommaseo: italiano dei tempi futuri, sarebbe parso un contemporaneo agli italiani del secolo d'oro, e nullameno le sue erano idee, alle quali egli primo aveva dovuto trovare una formula italiana. Filosofo etico come Socrate, non entra e non entrerà nella storia della filosofia del nostro secolo, che si inizia con Kant, sale fino ad Hegel, ridiscende fino a Spencer; ma se in lui la elevazione del sentimento superò quasi sempre l'altezza del pensiero, la perfezione del suo linguaggio ispirerà sempre una ammirazione malinconica, come se nella fiamma dello stile, col quale doveva riscaldare tutto un popolo, egli gettasse, sacrificatore disperato, colla sua vita di uomo la sua immortalità di artista. Ed oggi il Saffi, modesto Aronne di questo Mosè, che ha potuto morire nella terra promessa, conserva tuttavia nella devota interpetrazione del recente evangelo un raggio di quella purezza, che l'anima sembra comunicare alla parola, un residuo di quella efficacia nella frase, che il maestro gli apprese scaturire dalla sincerità del pensiero e dalla rettitudine della intenzione. Mazziniano meno ligio alla nuova legge, ma che pagò col proprio esilio e col sangue dell'eroico fratello la fede all'Italia, Giovanni Ruffini, del quale i giornali recano oggi la mesta notizia della morte, dovette farsi inglese per vivere del proprio ingegno e della propria gloria. La patria ingrata non lo conobbe che tardi, e non mandò nessuna rappresentanza ai suoi funerali. Scrittore del tempo eroico, quando lo scrivere era un combattere, egli parve dopo artista altrettanto fine, ma la sua arte, sempre mazziniana d'ispirazione, rimase ottimista, difendesse l'Italia o un'idea, sognasse una patria od una virtù. E nullameno fu posposto al D'Azeglio ed al Grossi, pei quali vi furono monumenti, oggi già più vecchi dei loro libri già morti. L'Ettore Fieramosca ed il Marco Visconti contemporanei del Dottor Antonio destarono un entusiasmo, che dura tuttavia in rispetto, malgrado che il primo fosse una degenerazione dei poemi guerrazziani, e il secondo rappresentasse la putrefazione del genere Walter Scott, che Manzoni, con uno sforzo allora incompreso e adesso ancora quasi incomprensibile, aveva alzato quasi sino alla maniera del Balzac. Ed oggi, che i violenti attacchi del Carducci alla lirica manzoniana hanno quasi reso di moda il disprezzo del grande poeta e romanziere, che fu naturalista, per usare questa nuova parola, quando solo Balzac lo era senza teorizzarne, e Zola sognava forse nell'utero materno, si osano citare a modelli il D'Azeglio ed il Grossi, la nullità del pensiero ed il lattime del sentimento: dai quali derivò la teorica dei buoni libri, eretta a dogma dai manzoniani. Per essa la moralità privata deve valere l'ingegno pubblico dell'autore, e la misericordia delle intenzioni ogni altra qualità di fantasia e di sentimento, di forma e di sostanza. Così la critica minuscola, ridotta dai giornali a sacerdozio come l'arte, crea e distrugge le effimere riputazioni sui giornali sbocciati. La grande critica tace: Settembrini, temperamento storico ed ingegno sistematico, è morto: il De Sanctis, temperamento poetico ed ingegno filosofico, dopo aver messo la psicologia a base della critica, sostituì troppo spesso la intuizione all'analisi; quindi i suoi ritratti diventarono teste, e le pretese lezioni di anatomia si cangiarono troppo sovente in speculazioni metafisiche, nelle quali il tempo storico era appena un colore, e il simbolismo dell'idea toglieva quasi ogni significato alla varia composizione umana dell'individuo. Il Carducci, lirico ed erudito, volle essere critico, e lo fu splendido e forte come in tutto ciò, che ottiene sempre dalla sua volontà. Forse se non il genio, poichè dei primi fra i primi del mondo, egli ha comune nel secolo col Balzac la nobile ed incalcolabile energia della volontà, colla quale coltivando instancabilmente il proprio terreno è arrivato a farne un ricco giardino, sebbene la sua flora originaria non fosse nè troppo varia, nè molto opulenta. Ma egli vi trasse semi da tutti i climi, le palme dell'Africa e gli abeti della Germania, le rose della Grecia ed i gazuma dell'America; vi educò la vite colla stessa perfezione dei vignaiuoli francesi, amò l'edera e si compiacque ad incoronarne le vecchie statue dissepolte, colle quali andava ornando i viali. Ma nella critica preferì la necroscopia alla diagnostica, i morti ai vivi, simile in questo al D'Ancona, che spinse la passione dell'anticaglia fino alla ghiottornia dei più minuti particolari, sprecando non si sa se più ingegno o dottrina; mentre il Zendrini, morto da poco, scambiava la propria cultura per una capacità critica, e il Massarani sdottrineggia ancora pigliando l'arte per la riprova di una teoria morale, piuttosto che per una totale rappresentazione della vita: il Trezza svapora in una fraseologia nebbiosa, il Franchetti nell'Antologia oscilla fra il buon senso ed il buon gusto, il Nencioni in articoli brevi e talvolta bulinati corregge l'influsso delle letterature straniere sulla nostra, analizzando gli esempi che la più parte invocano senza conoscere. Così, mentre la critica diventata embriologia nel Bartoli studia con amore sapiente le origini della nostra letteratura, e falsa o sdegna l'opera contemporanea, il verso che tubava ieri coll'Aleardi, zirla adesso col Fontana, parla collo Stecchetti, sorride col Panzacchi, stuona col Rapisardi, abbaia col Cavallotti, novella col Giacosa, si libra col Zanella, esulta ancora col Prati, crea col Carducci. Questi risuscita miracolosamente gli antichi metri latini, e vince nella prosodia una battaglia combattuta infelicemente da altri ingegni in altri secoli, ma il pubblico applaude senza gustare: Rapisardi, invidioso della risurrezione, profana il sepolcro dell'epopea, e ne trascina sulla piazza il cadavere purulento. Quando alla vita scema lo splendore manca il rispetto alla morte: i forti sono prudenti, i deboli sfacciati. E tra il Carducci e il Rapisardi, un poeta ed un ingegno, Renato Fucini è ancora l'uno e l'altro, sebbene il Porta gli sia ancora troppo al disopra e il Belli ancora molto innanzi. Ma primo fra i nostri lirici viventi, il Carducci pretende di essere l'ultimo nella storia e nella nostra lirica, poichè essa muoia: e già la musica, questa lirica della lirica, agonizza. Verdi, il superstite dell'immortale quadriglia, ricorregge colla mano tremula le opere della giovinezza, come un vecchio capitano ama di riforbire egli stesso la spada, che non può più cingere: il Boito ha impiegato dieci anni a scrivere il Mefistofele e riposa sugli allori guadagnati contro il Gounod: il Gobatti, giovane e fortunato condottiero dei Goti, ha d'uopo ancora di nuove battaglie e di nuovi trionfi. La musica classica è quasi obliata malgrado il valore dei suoi tre ultimi campioni, lo Sgambati, il Bazzini, il Rinaldi; nella piccola musica si adora il Tosti, e si misconosce il Gordigiani, si chiedono romanze da salone, le quali girino sulle casse dei pianoforti come tanti scarabei luminosi, invece di libellule, che balzino nei raggi del sole e vi scintillino. Così il canarino vince l'usignolo, e il profumo dei fazzoletti copre l'olezzo dei fiori.