— La Cazzola allora.
Il violoncello si volse al violinista, che aveva parlato, un ragazzo dai capelli rossi e la fisonomia ebete, e insultandolo collo sguardo:
— Questo dev'essere per te un ricordo di muratore.
Il contrabbasso ebbe un principio di sorriso.
Era un vecchio alto e grasso, la faccia del tutto rasa, con un cravattone nero, che a prima vista sembrava un collare. Due ganascie di gran mangiatore, penzoloni sotto il mento, gli scoprivano due magnifiche fila di denti ancora bianchi, capaci di stritolare tutti gli ossi di un pranzo. La calvizie inoltrandosi gli aveva dato un po' d'intelligenza alla fronte, sotto la quale una bonomia inalterabile ammolliva ancora i suoi lineamenti linfatici, congiungendogli insensibilmente il sorriso della bocca con quello degli occhi. Il resto della persona gli spariva dietro l'enorme contrabbasso, sul quale la sua mano di pizzicagnolo posava con una specie di poderosità pacifica. Un immenso soprabito, tagliato a giacca, coi bottoni neri di prunello sopra un fondo color tabacco, gli ingrossava il busto smollato dentro un immenso corpetto, sul quale una collana femminile, d'oro, attorcigliata con un resto di pretensione, faceva sospettare di qualche antico orologio a cipolla. Ma in quel momento Bartolomeo sembrava concentrato in un pensiero difficile. I suoi sopraccigli, grigi e ricurvi sugli occhi, s'andavano contraendo, mentre una contentezza ilare gli saliva dalle labbra, illuminandogli le guancie tinte ancora di un magnifico vermiglio. Rimase qualche minuto così, poi la marea del teatro, sorpassando la ringhiera dell'orchestra e scompigliandola, lo destò. Il teatro reboava. Un rumore composto di un'infinità di mormorii, di gesti, di cenni, di occhiate e di sorrisi riempiva tutto l'ambiente, agitandone l'aria, che si vedeva distintamente bruciare sulle fiammelle del gas. Il caldo era opprimente, tutte le fronti rilucevano, i ventagli susurravano sui petti delle signore, i fazzoletti biancheggiavano in tutte le mani. Nella platea era un continuo sorgere e risedersi, nei palchi già pigiati le visite sopravvenivano e si pigiavano, il frastuono cresceva per le gallerie, scoppiava in grida sul loggione. Lassù il calore dell'entusiasmo, raddoppiato da tutto l'altro del gas e della gente, doveva essere arrivato ad una temperatura di deserto africano. Nullameno panche, gradinate, muri, parapetti, tutto rimaneva letteralmente imbottito di figure umane; lo skacò placchettato di un poliziotto, arenatosi lassù come in un banco di sabbia fino al collo, gettava qualche riverbero metallico fra quel grigio tumultuoso di bruma: e dalla platea all'atrio, per la porta, l'onda di coloro, che uscivano e rientravano, quelli che non potevano più reggere all'arrembatura, e quelli non ancora entrati, i quali non speravano se non in ciò, s'accavallava in grossi fiotti, vibrando nel frastuono della sala grida di soffocazione. Le signore della platea erano già ardenti, le altre dei palchi scintillavano. La luce profusa di tutte le fiamme diventava la sola aria dell'ambiente, non si vedeva più una faccia pallida, tutti gli occhi rutilavano, tutte le bocche si movevano. Solo in un palchetto una principessa ottuagenaria, vestita di un moerro del suo tempo, con una fisonomia di mummia, ancora spiritosa quando parlava, e la nipote gracile, smorta, vestita di bianco come un angelo, diafana come una visione, fredda come una statua, sembravano non partecipare alla confusione bollente della serata. La vecchia teneva quasi sempre la testa bassa, la giovane l'appoggiava al tramezzo, e guardava in alto con due occhi affossati, che sulla sua faccia impassibile avevano una luce spettrale. La gente si voltava spesso a guardarle. Poi su quell'agitazione di marea, contenuta e raddoppiata dalle gallerie, fra tutte le conversazioni, nelle teste e nei cuori, suonava il nome della Patti. Quel primo atto, un capolavoro per qualche iniziato, non aveva soddisfatto interamente al gusto sempre grossolano, e questa volta avaro del pubblico. Ma quel turbine di note esplose all'ultima scena, e l'atmosfera del teatro dissolvevano già ogni incertezza; mentre la famigliarità di tutte le pose pigiate e delle attitudini compromesse disponeva involontariamente a maggiore compiacenza.
Poi la bacchetta del direttore percosse sul leggìo, che il pubblico non si era ancora ricomposto.
L'idillio campestre della Signora delle Camelie, narrato dal Dumas con minutezza così vera e commovente, si apriva invece con una romanza di Alfredo, eco indebolita dall'altra del Rigoletto, senza luce e senza calore. Quel povero Alfredo, che per far credere di essere in campagna, compariva in stivaloni di pelle lucida, vestito di velluto granatino, i pizzi ai polsi ed al collo, il gran cappello piumato nelle mani per darsi un contegno, era ancora più ridicolo che alla presentazione del primo atto, nel quale la goffaggine stessa della situazione poteva far scomparire la sua. Egli venne dritto alla ribalta, come chi si affretti a sdebitarsi di un incarico, e cantò con sicurezza di vecchio tenore la propria felicità di giovane innamorato. La frase leziosa del finale gli valse il primo applauso della sera, e il dramma si riannodò immediatamente. Colla delicatezza sempre poco delicata delle sue pari, Violetta voleva vendere i cavalli guadagnati in altri amori per aiutare quello di Alfredo, e seguitare quella vita di campagna, che Verdi in tutto il melodramma non ha voluto svolgere con una scena sola. Forse il suo temperamento tragico e lirico ad un tempo, innamorato delle catastrofi e delle passioni esplodenti, non ha osato di affrontare un interno casalingo, la mattina, quando l'aria è fresca, il cielo azzurro, e la casetta apre tutte le proprie finestre alla primavera. Una magnifica scena, come nel Tristano e Isotta del Wagner, avrebbe potuto spiegare il passaggio troppo brusco dell'ultima decisione di Violetta nel primo atto al sacrifizio nel secondo, appena si presenta il padre di Alfredo; ma Verdi non potè o non volle, e senza saper come si siano uniti, Alfredo e Violetta si separano immediatamente. Così quest'idillio, quest'amore, sul quale si è tanto discusso e che tanti hanno provato nella vita, non trova dentro l'opera destinata ad immortalarlo una sola frase, che lo renda nell'abbandono gentile della confidenza, quando il mondo lo aveva quasi obliato, e la natura lo riconfortava colla sua eterna salute. Ma Dumas nella Signora delle Camelie disegnava un carattere, e Verdi nella Traviata espresse il solito amore di tutti i suoi melodrammi, senza preoccuparsi delle differenze, che potessero correre fra Violetta e le sue altre eroine. Nella gamma dell'amore egli arriva subito ed involontariamente alle note più acute, alla prepotenza più acre del desiderio o al dolore più spasimante del sacrificio. Come per Victor Hugo il personaggio è per lui una forma vuota, nella quale gittare indifferentemente una passione o un pensiero, che lo animi di quella vita eccessiva, cui l'uomo non prova davvero se non in qualche terribile coincidenza. Quindi l'architettura complicata dei loro drammi, le passioni irrefrenabili, gli eroismi fatali, le contradizioni strazianti, tutto l'apparato romantico, che, trasfigurando la realtà, squilibra incessantemente il sentimento del personaggio stesso e del pubblico. Malgrado la differenza di nazione e di razza, Manrico e Radamès sono lo stesso individuo, come Gilda e Violetta, Ernani e Don Alvaro, Riccardo e Don Carlos, Dea e Cosetta, Gilliat e Guynwplaine, il marchese di Lantenac e Don Silva; perchè Hugo e Verdi fanno delle statue e non degli uomini, e sono come due fratelli, dei quali il minore aspetta che il primogenito abbia parlato per cantare. Talora si uniscono, e ne esce una grand'opera come il Rigoletto; talora non s'intendono, e producono due mostri come nell'Ernani. Così della Signora delle Camelie, aneddoto triste e volgare della cronaca parigina, che Dumas ha narrato con vecchia sapienza di novelliere e giovane entusiasmo di predicatore, Verdi ha fatto una tragedia, nella quale non si sente che un grido di amore, con quattro personaggi insignificanti come una decorazione, una trama molle quanto una matassa, una sceneggiatura falsa come quella di un giornale illustrato, un processo psicologico, che mutila i caratteri e deforma le situazioni. Invano l'anima, stanca da quest'alternativa di cicalio e di gemiti, o disorientata da tutti questi avvenimenti, che cadono come tante tegole dai tetti, domanda la dolce malinconia di quest'amore, nel quale il sorriso della tisi ingannava così spesso ambo gli innamorati, e la verginità dell'inesperienza nell'uno e dell'oblio nell'altra si fondevano come due soffi in un bacio, due note in un accordo. La figura di Violetta, questa donna, della quale ogni particolare dovrebbe essere supremamente elegante: sempre leggiera anche nelle violenze più inebrianti del senso, o negl'impeti più disperati del sacrifizio: sempre mantenuta anche nel breve idillio coniugale, poichè invece di morire ricacciandosi nella miseria morale della sua vita anteriore, riprende facilmente il corso delle antiche feste: sempre sfarzosa e sempre con un uomo, al quale concede le proprie notti: la figura di Violetta così vera nelle contradizioni e così falsa nell'eroismo, fragile e terribile nella sua effimera prepotenza di grande mondana, spregevole e pietosa nell'ultima lotta col destino, contro al quale non ha mai saputo lottare colle forze del lavoro e le energie della volontà; questa figura composita come i suoi pranzi, i suoi profumi, le sue tolette, le sue preferenze e le sue antipatie, diventa una figlia nobile dalla bellezza spirituale, colle stigmate del romanticismo sulla fronte; povera anima che aspira al cielo, assetata di amore e di ideale, che parrebbe un angelo smarrito sulla terra, se i singhiozzi laceranti del suo petto di tisica non la tradissero per una donna. La bianchezza della sua fronte di predestinata è la stessa di Gilda, la vergine soave; il sacrificio del suo amore quello medesimo di Eleonora, l'altera castellana: il suo cuore è sempre puro, la sua testa illuminata dal sole della poesia. Malgrado la differenza degli abiti e delle parole, mutando scena, ella sarebbe probabilmente l'una e l'altra; e quando si sentirà soccombere sotto il peso del dramma, o morire nell'ultima stretta della catastrofe, troverà la frase di quelle martiri, ineffabile e sublime come l'ultimo accento dell'amore e la prima parola della fede.
In quel momento Violetta stava attendendo il padre di Alfredo. Era vestita semplicemente, ma le cattive abitudini della mantenuta, o la falsa vanità della cantante le avevano fatto mettere una moltitudine di brillanti sopra quel corsettino da campagna. Le signore, che non l'abbandonavano un solo istante col cannocchiale, susurrarono mostrandosi la raggiante ricchezza di quelle gemme. Evidentemente Violetta preferiva i diamanti ai cavalli. Ma il padre di Alfredo, Moriami, bell'uomo camuffatosi male appositamente, dal portamento vivace e la voce poderosa, entrò poco dopo. Con una condiscendenza inesplicabile per la decorazione della scena rimproverò acerbamente a Violetta l'estrema eleganza della casa, che pareva appena quella di un giardiniere; e perdendosi subito dopo nelle rimostranze di padre offeso dalle follie del figlio per una donna, stava per trascendere, che Violetta lo trattenne con un gesto. Allora la vera ed unica scena dell'opera scoppiò; Moriami fu un padre ordinario, ma un baritono corretto, la Patti un miracolo di arte e di natura. La insulsaggine del pretesto inventato da Dumas e musicato da Verdi per mettere la tragedia nel racconto e l'equivoco sulla scena, uccidendo nell'anima di Violetta la vita e in quella di Alfredo l'amore; la povera storia di quella sorella perduta in un villaggio di Provenza, la quale deve sposare un possidentuccio qualunque con centomila lire di patrimonio, mentre ella ne porterà forse ventimila in dote, e che spaventati dallo scandalo di Alfredo non possono più unirsi, come se le amanti dei fratelli disonorassero le sorelle a cinquecento miglia di lontananza; questo padre, che arriva dal fondo della Provenza attirato dai debiti del figlio, una delle più forti attrazioni, e per persuadere la donna, che egli crede il suo mal genio, ad abbandonarlo, non trova nulla di meglio a dirle che lo scrupolo piuttosto ebete del proprio futuro genero; la musica triviale come le parole del racconto e la posizione del dialogo, la cantilena dei ritornelli, la nudità del motivo e la miseria dell'accompagnamento, tutto si illuminò e disparve alle prime parole di Violetta. Coll'accento della paura, che la sorpresa intenerisce ed aggrazia, la voce rotta dai singhiozzi, sublime di debolezza e di entusiasmo, ella gli confessò il proprio amore per Alfredo, amore quasi santo per la redenzione della donna, quasi sacro in quella brevità di tisi. E mano mano che il canto angosciato le si affievoliva, quasi il solo pensiero di perdere Alfredo le rompesse l'ultimo filo di voce, le sue parole frettolose risuonavano con un borbottio d'invocazione, e i suoi occhi si figgevano nella faccia del vecchio con espressione imbambolata. Forse col presentimento degli infelici aveva paura di quel volto bonario, sul quale le passioni non avevano mai balenato, e che solo la morigeratezza e l'egoismo avevano potuto conservare così fresco. Tutto in lei pregava per l'amore. Ma colla testardaggine della gente onesta, la quale, trovandosi ad avere dal proprio canto la virtù e l'interesse, diviene scettica sulla importanza delle passioni, egli seguitò a darle i consigli di circostanza. Nè la magrezza della sua personcina, nè il rossore della febbre l'impietosivano: non si accorgeva di strapparle dalle labbra l'ultima goccia di cordiale, di soffocarle nel cuore l'ultima speranza della vita. E la musica nella sua fraseologia rettorica e plebea esprimeva abbastanza bene questo carattere vero a forza di essere brutale, questa posizione tragica, nella quale la ragione parlava col vecchio e la poesia singhiozzava colla giovane. Naturalmente il pianto è uno dei primi sintomi della debolezza, e Violetta cedè. Forse ella stessa non ne capiva bene il motivo, ma per uno di quegli abbandoni disperati, propri delle nature patetiche, si lasciava cadere ai piedi della prima contraddizione colla voluttà singhiozzante del sacrificio. Allora la vita degli ultimi mesi in campagna coll'amore di Alfredo, affluendole impetuosamente al cuore, le sgorgò in lagrime dagli occhi. La sua fiacchezza di donna e di malata le fece provare anticipatamente tutto l'orrore del distacco, e di un ritorno alla vita della cortigiana, che non può credere più alle illusioni del lusso, o sperare in un ideale più alto. Per un momento si era lusingata di rientrare nella virtù di un unico amore, e la virtù la rigettava sul corso rumoroso del vizio. Il cuore le batteva, il petto le bruciava. Le pareva impossibile di cedere, ella che aveva tutti i diritti di una moribonda, il suo ultimo mese a chi vivrebbe ancora molti anni; mentre sapeva di non costar nulla ad Alfredo, e che una rottura sarebbe forse la morte per entrambi. Ma una mano di ferro le era discesa sul cuore, e l'aveva prostrata. Il feroce destino della sua vita la ripigliava stracciandole tutti i sogni, pestandole tutte le speranze. La cortigiana doveva morire cortigiana, nella miseria di uno spedale, o nella vergogna di un sequestro. Quindi una luce improvvisa illuminò il destino, che la uccideva, e riapparve la provvidenza della sua infanzia, quando la mamma l'ammaestrava accanto al focolare, inculcandole l'umiltà dei principii e la purezza dei sentimenti. Le sembrò di ritrovarsi nell'antica casetta montanara, intatta ancora dal giorno della sua fuga, poichè la mamma ne era morta poco dopo. Ma un'altra casa sopra una più bella costiera piena di aranci e di olivi, fra una corona di colline, sotto un cielo di smalto, in faccia ad un mare di zaffiro, in un'aria imbalsamata, in mezzo ad un sorriso eterno di giocondità e di salute, le passò come una visione nel pensiero. La conosceva, era la casa di Alfredo, che egli le aveva tante volte descritto. Il vecchio cane pastore era sdraiato sulla porta, la capra favorita della mamma brucava ad una siepe. La porta era spalancata, il prato deserto. Ma ad una finestra del primo piano una fanciulla pettinata modestamente ricamava un paio di pantofole da uomo, col volto illuminato da un impercettibile sorriso. Era la sorella d'Alfredo, la vergine, alla quale ella non poteva essere presentata, l'angelo della famiglia, che stava per aprire le ali bianche al volo. Le sembrava di vederla in alto, dal prato della casa, alla guisa dei mendicanti, che venivano spesso ad implorarla. Allora tutta la ribellione del suo dolore ammutolì, e comprese di essere inevitabilmente perduta. Il destino, che la buttava ai piedi di quella vergine, come gli antichi guerrieri venivano a gettare ai piedi delle loro spose i prigionieri di guerra, era la provvidenza della sua infanzia, che sparisce talvolta, ma non dilegua, perdona forse, ma non oblia. L'ora della espiazione era suonata prima dell'ora del pentimento. Le ginocchia le si piegarono quasi involontariamente; ma come se l'aria di quella visione l'avesse già purificata, col gesto del pellegrino, che sta per riprendere coraggiosamente la via dolorosa del pellegrinaggio, stese la mano al vecchio, e cantò la preghiera dell'addio. Come la figlia di Jefte ella moriva per la parola di un padre, ma senza la poesia dell'innocenza e l'onore del corteggio. La sua lamentazione, lenta come i rintocchi di un'agonia, calava laggiù, in una valle della Provenza, sotto la finestra, alla quale la sorella di Alfredo lavorava senza alzare gli occhi dal ricamo; mentre Violetta, stringendo convulsamente la mano del padre, gli mormorava un saluto per la vergine, che doveva ignorare per sempre l'infamia del suo nome, e l'eroismo del suo sacrificio. La sua voce, sempre soave, aveva un accento ineffabile di malinconia in questa romanza, la più bella e la più vera di tutta l'opera; ma alla ripresa, quando il presentimento della morte le ebbe tolto ogni forza, anche la voce le si affiocò senza appannarsi, ed abbandonando la mano del vecchio, gli ripetè con tale sfinitezza — Dite alla giovane sì bella e pura — che il pubblico strozzato dall'emozione scoppiò in un urlo. Istantaneamente l'incanto si ruppe, Violetta scomparve e rimase la Patti, un'artista inimitabile, alla quale il teatro chiese due volte il bis, due volte soffocandolo sotto un grido fanatico di applauso. A poco a poco il calore dell'ambiente aveva guadagnato tutte le anime, quella romanza le incendiò. La sua tristezza era così vera, che l'amore ed il suicidio di Violetta diventavano reali, atroci, inevitabili. Non si vide altro, non si comprese di più. Per qualche minuto lo spettacolo rimase sospeso. L'applauso diventava ovazione, crescendo d'intensità e di frastuono; si sentivano i fremiti, scoppiavano già le strida della demenza. L'emozione del pubblico era talmente viva, che per sopportarla dovette ricorrere al bis. L'arte è un punto, l'artificio una linea: questo si raggiunge una volta, questa si può prolungarla sempre. Il pubblico, che aveva sobbalzato alla voce di Violetta, giudicò allora quella della Patti, e il giudizio fu così lusinghiero, che la grande cantante ebbe un sorriso di regina, curvandosi sotto il vento degli evviva. L'artista ed il popolo si erano intesi prima; la donna ed il pubblico s'intendevano adesso.
Quando il padre fu uscito, Violetta rimase sola per scrivere ad Alfredo il terribile biglietto. I violini di Verardi interpetrarono mirabilmente le poche e stupende note, colle quali Verdi ha reso l'ansia di quel momento, ma nè la musica, nè la voce, nè la perfezione inimitabile dell'attrice poterono risollevare il pubblico. La reazione dell'entusiasmo lo prostrava. Alfredo rientrò, e l'accordo fra il pubblico e la Patti si ruppe di nuovo.
Quella figura di barbiere, camuffato da postiglione, smagava tutta la passione di Violetta. Ella avrebbe avuto talmente torto di amarlo, che era impossibile credere al dolore delle sue menzogne e alla verità del suo olocausto. La farsa spuntava sotto la tragedia. Forse Violetta fingeva quel convulso per non parere troppo cortigiana; poichè l'insulsaggine in mostra sulla fisonomia del suo innamorato doveva averle reso ben uggioso il lungo faccia a faccia in campagna. Flora l'invitava ad una festa. Parigi rumoreggiava da lontano, attirandola come l'oceano attira il marinaio. Involontariamente tutti gli orecchi riudivano i gorgheggi leggermente avvinazzati del primo atto: ma d'improvviso, mentre l'ironia del pubblico, malcontento del tenore e forse geloso dell'uomo, agghiacciava quella scena di addio a parole mozze, Violetta riapparve con un grido talmente lacerante, che tutti impallidirono. Molti si voltarono, sporgendosi per vedere se fosse caduta ai piedi di Alfredo con una bava di sangue alle labbra; ma Violetta era già scomparsa, e Alfredo si fregava le mani in faccia al pubblico colla vanità di un uomo idolatrato.