Ah!

La terza corda si è rotta, signora, ma il suicidio è ancora possibile quando ne resta una. È notte: il cielo è bruno come un mare e silenzioso come un deserto. Avete mai riflettuto che il silenzio è nero e l'ombra è silenziosa, e quando si riuniscono sul mondo fanno la notte, quando si congiungono sopra un uomo fanno la morte? Il vento della sera non soffia più, le stelle hanno naufragato nelle tenebre, le voci sono sprofondate nel silenzio. Poichè il mondo si è dileguato, e siamo soli in questo gabinetto, rimanete ancora per pochi istanti su quella poltrona, ed ascoltatemi. L'infinito e la eternità ci circondano; il primo è buio, la seconda immobile. La luce è un moto nella tenebra, il tempo un moto nella eternità; furono e quindi non saranno, l'infinito e l'eternità sono. Noi passiamo, voi proseguirete, io mi fermo. Ascoltatemi. Non ho più che una corda per esprimermi, ma non ho più che una parola da dire, l'estrema e l'unica, e quando l'avrò detta, il silenzio non sarà per questo più profondo, nè l'oscurità più fitta. Non è forse la sola consolazione per chi parte di non abbandonare alcuno, e per chi muore di non lasciare infelici? Se così non fosse, il mondo non sarebbe sempre un ululato di funerale, poichè la morte vi è incessante? Vedete bene che potete ascoltarmi, signora, se la vostra memoria non sarà nemmeno costretta alla gentile pietà dell'eco. Sono solo, la mia cuna fu deserta, come sarà dimenticato il mio sepolcro: non ho che il violino per parlare e il violino per vivere. Ignoro le sillabe, non so comporre una parola; le mie sillabe sono le note, le mie parole le battute; i miei periodi scritti in cifra, come tutti quelli che contengono un secreto, sono una varietà del linguaggio. L'aristocrazia non è una varietà in un popolo? Però di tutte le arti la mia è la più infelice, perchè la più mortale; e mentre di un terremoto restano almeno le ruine, non un'eco rimane di una grande suonata. Soli di tutti gli uomini, la nostra vita è un sopravvivere a noi stessi e alla nostra gloria, che muore posandoci sulla fronte una corona, della quale i fiori avvizziscono al contatto dei nostri capelli. Quindi nessun artista desta il nostro entusiasmo, e soccombe più disperatamente sotto la lapidazione dell'applauso. Io sono solo, non come voi, signora, che siete sola, perchè siete al disopra, ma perchè ho il nulla sulla testa e il vuoto sotto i piedi; perchè cammino e non proseguo, sono partito e non arrivo, creo e non formo. Il sole della mia vita illumina, ma non riscalda; l'orezzo dei miei meriggi è senza riposo, come l'ombra delle mie notti senza sonno. Fra coloro che possono, coloro che vogliono e coloro che sanno, io solo vorrei quello che non posso, e non so quello che voglio: quando desidero non mi è lecito sperare, quando spero non desidero più. Il mio passato non si dilegua, il mio futuro non giunge. Il sorriso scivola sulle mie labbra, come sulla superficie di un vetro; i dolori passano dentro il mio cuore invisibili, come i mostri nella profondità del mare. Le prime illusioni della giovinezza svanirono come i vapori iridati dell'alba, le ultime illusioni della mia virilità come le nuvole nella notte. Ma se nella serie drammatica l'egloga è il vagito, l'idillio il sorriso, la commedia il riso, la tragedia il rantolo; quattro forme che comprendono tutta la vita, come le quattro corde del mio violino esprimono tutta la musica: osservate come il vagito ed il rantolo, il cantino ed il basso, la corda dello strido e la corda del gemito siano gli estremi della gamma. L'egloga è il vagito che cerca, l'idillio il sorriso che trova, la commedia il riso che prende, la tragedia il rantolo che lascia. Nella commedia la coscienza si eleva sugli altri, e li ferisce: nella tragedia supera se stessa e si suicida. Così voi, signora, siete al disopra del mondo, e ne ridete; ma siete al disotto di voi stessa, e v'ignorate. Ah! non vi lusinghi l'altezza dello scoglio, e contentatevi della vostra magnifica terrazza piena di aranci e di magnolie. Sulla cima dell'Etna Empedocle è più alto di Aristofane sul palco del proprio teatro, ma per discenderne non gli resta più che gettarsi dentro al vulcano. E vi è una vetta ancora più alta dell'Etna, alla quale pochi potranno salire, e dalla quale nessuno può discendere. Di là si scorge la carovana della umanità passare per il panorama dell'infinito, come una carovana di camelli nel deserto, atteggiando una labile coreografia di fatti e di sogni. Quella è la cima del Nirvana, un monte di dolori più alto del Davalaghiri gettato sul Everest, del Chimborazo gettato sul Davalaghiri, sul quale la indifferenza sta eternamente. Un uomo solo vi è arrivato e si chiamava Bouddha; ma noi spiriamo tutti sui gioghi più bassi della tragedia, mentre egli ci guarda sublime di insensibilità dibatterci nelle spirali della vita, bambini col riso convulso di un solletico, uomini col riso straziante di una convulsione. Egli vede la rivolta di tutti e la rissa di ognuno contro il medesimo problema; la folla che stramazza nel piano, i pochi che rotolano dai dirupi, l'arte che soccombe di angoscia, la scienza che muore d'inanizione, la filosofia che s'inerpica e si arresta morente ad ogni minuto, la religione che precipita agonizzante di scheggia in scheggia: mira la rivelazione del nulla, suprema verità, nelle anime; quelle che si contraggono nello strazio, che si gelano nell'orrore, che si frantumano nella disperazione, che si dissolvono nella coscienza del dolore universale: guata la santa indignazione dei martiri e la collera virile degli eroi, l'avvilimento contenuto dei buoni e il motteggio funebre dei tristi, la desolazione incredula di quelli che pregano e lo spavento credulo di quelli che bestemmiano, quelli che uccidono e quelli che generano, quelli che nascono e quelli che muoiono; ma di lassù, dalla cima del Nirvana, nella indifferenza dell'infinito, dell'assoluto, della insensibilità. Discendiamo, signora, o se ci è fatalmente conteso, restiamo, voi sul carro di Tespi, io sul Caucaso di Eschilo: là almeno si ride, qua almeno si piange; ma più in alto, fra il Caucaso ed il Nirvana, vi è ancora meno aria che fra la luna ed il sole; un etere sottile, che impedisce la vita e non produce la morte. Poichè la nostra esistenza è una scala, alla quale rompiamo giornalmente i gradini, montandoli; e quindi la commedia non può più discendere fino all'idillio, nè l'idillio sino all'egloga: poichè non mi è dato invitarvi sulla mia tragica balza, lasciate almeno che vi miri laggiù in tutta la vostra bellezza di donna, e la vostra festività di commedia. Sgranate le perle del vostro riso, lanciate i trilli del vostro canto, vibrate i raggi dei vostri occhi; moltiplicate il numero delle vostre feste ed aumentatene la pompa; mettetevi la corona d'oro sulla testa e il manto di porpora sulle spalle; togliete all'alba i colori e al mare i riverberi, e fatevene una bellezza, la quale stordisca il desiderio e confuti il paragone, accechi la memoria ed aromatizzi il pensiero. Solo sul mio dirupo vi guarderò non visto e non cercato. Nel silenzio della notte, quando i venti dormivano negli antri e le stelle vegliavano nel cielo, le oceanidi venivano a frotte sotto lo scoglio, i capelli verdi fluenti sulle spalle bianche del candore della perla, ed offrivano a Prometeo il ristoro del loro compianto, la distrazione del loro chiacchierio. Ma nessuno degli spensierati, che solcano, cantando, il mare, ha mai diretto la prora verso il mio Acrocerauno. Da molti anni vi sono solo e ignorato, come le ceneri di Biorn lo scandinavo, il primo che scoperse l'America, e che i compagni seppellirono sopra un promontorio di Vinland. Egli il primo era partito per un nuovo mondo senza sapere quale si fosse l'antico, nè dove giungessero i suoi confini; la sua barca bruna come il mistero, che affrontava, aveva tre vele come sono tre le virtù: era leggiera come la poesia, e piccola come la fortuna di tutti coloro che inventano. Nessuno sapeva forse del viaggio, nessuno sospettava l'impresa: forse il capitano non volle nemmeno confessarla, e, issando la vela, credette di salpare per l'infinito. Ora egli dorme sulla cima di un promontorio sconosciuto, e l'amante del poeta scandinavo porta il nome di un mercante fiorentino. E che importa la gloria? Quando le brezze del mare porteranno su quella cima il fumo delle vaporiere e le canzoni dei naviganti, il vecchio marinaio non alzerà nemmeno la testa per rispondere con un sorriso: perchè egli sa da molti secoli che tutte le navi arrivano al medesimo porto, la morte, e che tutte le gioie di una traversata non valgono la quiete di un sepolcro. Rimanti dunque sul tuo scoglio, sublime marinaio! La tua conquista fu più vasta di quella di Cesare, e ben maggiore il tuo coraggio. Invano gli uragani, che ti strapparono la vela, volevano farti piegare la fronte; o i mostri, che addentavano meravigliati la carena della tua nave, tentavano rattenerla nel suo viaggio fatale. Ma quando la terra del mistero, lacerando i veli di un mattino, sfolgorò ai tuoi occhi di profeta, il tuo cuore, che aveva resistito a tutti i colpi della fortuna, fu percosso mortalmente, e, guardando la cima più alta di una scogliera, l'additasti ai tuoi compagni di eroismo: là. E là ignoto così alla patria, che avevi abbandonato, come all'altra che hai scoperto, senza poesia e senza storia, tu sei il più grande fra i grandi, se la grandezza di un imperatore si misura a quella del suo impero, e la statura di un cadavere a quella della sua fossa. Non hai tu l'America per regno, e l'America per sepolcro? Io non ho nulla, un violino ed una corda; la ricchezza di ogni impiccato, un legno ed un laccio. Il vento della notte si è quetato: sentite come il silenzio pesa nell'ombra, e come l'aria si è fatta densa. Avete mai pianto, signora? Avete mai fatto piangere? La ferita che sanguina e il dolore che lagrima, non essendo mortali, sono quasi sempre curati; ma la scienza non ha rimedi per le ferite incruente, nè la pietà consolazioni per i dolori muti. Non vi sono ospedali per i malati dell'anima, non vi sono ricoveri per gli invalidi del pensiero. Voi siete bella e ricca, nobile e giovane. Nata nell'accampamento dei conquistatori, sotto una tenda di seta, siete sempre passata per il mondo nei carri della vittoria. Le livree dei vostri servitori sono più splendide del mio abito di rapsodo; i cavalli della vostra calesse avrebbero potuto servire per la biga di Cesare. Quando, sola o a braccio di qualche principe, vi chinate a cogliere un fiore del vostro giardino, non avete mai pensato che centomila povere donne errano pei campi cercando un filo di gramigna, o frugano coll'unghia la terra per scovarvi una patata. Buona come tutti quelli, che ignorano, siete naturalmente insensibile come tutti quelli, che non hanno sofferto. Il vostro appartamento è ammobigliato come la più doviziosa fantasia di poeta: il vostro cuore è gremito di una folla sfarzosa come un teatro. Qualche volta vi sono entrato, ma come uno straniero, al quale la volgarità dell'abito non attirava nemmeno l'attenzione; e ne sono uscito poco dopo come uno straniero che non aveva amici fra quella folla. Sempre che v'incontro, mi pare che voi passeggiate per il mondo, ed io vi viaggio col violino sul dorso, facendomene il giorno un istrumento per vivere, la notte un guanciale per dormire. Nato fra gli schiavi, mi toccò l'ufficio anche più miserabile di divertire i padroni con la musica, come le schiave mie sorelle con la loro bellezza. Esse mi ammirano e mi disprezzano, io non li disprezzo e non li ammiro. Fra lo scoppio degli applausi non sento mai una voce che mi parli, nelle sospensioni più anelanti del silenzio non veggo nessun volto, che mi comprenda; i fantasmi delle mie musiche traversano invisibili le sale, e si perdono al di fuori, nella notte, come una processione di defunti. Quanti ne avete contato, signora, questa sera? Forse uno, forse meglio nessuno. Un solitario non è forse un incompreso, altrimenti perchè sarebbe solitario? Nullameno il mio braccio non fu mai più potente, nè la mia anima più commossa. Avevo ancora una speranza nel cuore, povera ammalata, alla quale non aveva giovato il sole di nessun clima e la brezza di nessun mare, e che è morta di freddo, come muoiono tutti gli ammalati. Avete sentito l'ultimo rantolo della sua voce, l'ultimo sguardo dei suoi occhi? Essa è morta in questo gabinetto, mentre voi non l'ascoltavate nemmeno morire! Ascoltatemi dunque — Addio, ultimo vapore del mare disseccato, ultimo rumore della terra deserta. Figlia della fede, che illumina, e della carità, che riscalda, tu sei morta nelle tenebre, come la fede che è una luce, e nell'acqua, come la carità che è un fuoco. Che avresti tu fatto nella solitudine del mio pensiero, che avresti tu detto nel silenzio del mio cuore? Addio dunque, figlia primogenita dell'ideale, sorella cadetta del dolore. Il cielo è nero, il tempo è freddo. Dove vuoi tu che ti seppellisca? Nel deserto, il Simoum verrebbe a scoprirti, dopo che le sabbie avrebbero corrosa la tua bellezza di morta: nel mare, sei troppo leggiera, e galleggeresti eternamente alle pioggie ed al sole. Poichè non ami più il canto degli uccelli e il profumo dei fiori, l'oasis non ti è sepolcro conveniente: e giacchè sei morta per tutti, il mausoleo dell'arte coi suoi cadaveri di marmo non potrebbe ricordarti a nessuno. Nullameno mi bisogna pur seppellirti. Se il cielo non può ricevere il tuo spirito, perchè tu eri una virtù della terra, e la terra non può ricevere il tuo corpo di vapore e di luce, ti depongo sotto questo baobab antico, e ti abbandono. Dormi adunque in pace, tu, che vegliavi anche nelle mie notti; riposa dunque nel sonno, tu, che non eri mai stanca. Addio per sempre. Addio, speranza, che salisti per tutte le sfere della vita; addio, granito, che diventasti terra; terra, che diventasti fiore; fiore, che diventasti colomba; colomba, che diventasti donna: addio, donna, che fosti rassegnazione; addio, uomo, che fosti costanza; addio, amore, che fosti generazione; addio, generazione, che volevi essere immortalità; addio, speranza, che sei vissuta e sei morta, sei morta e non risorgerai. Senza lagrime, perchè le lagrime sono dei fanciulli, e tu sola in me sapevi piangere: senza lamenti, perchè i lamenti non erano che l'espressione della tua impazienza, e adesso sei paziente, perchè sei morta, ti depongo qui nell'abbandono. Addio, passato, che dilegui; futuro, che dissipi; presente, che ti risolvi. Addio, speranza; addio, mamma della mia morte; addio, figlia della mia vita. — Adesso il mio strumento non ha più che una corda, e la mia vita un giorno; però se si romperanno ad un tempo, la corda farà forse più rumore della vita. Tutto è finito, vi ho detto tutto; e voi non potete aver compreso. Forse se sapeste che la mia vita è sospesa a questa corda, e che io stesso col coraggio del giustiziato, il quale accelera il proprio supplizio, l'ho tentata con tutti gli sforzi; se poteste sentire come cede, e cosa dicono i suoi stridori, e cosa tace il mio silenzio: se in quest'ultimo minuto, coll'audacia di chi ha davanti a se stesso l'eternità, solo, nell'ombra che è già la morte, e nel silenzio che è già l'oblio, vi urlassi la mia indicibile parola, rompendo nel suo singulto la corda:

Ah!


E la corda si ruppe con uno schiocco violento. Egli alzò la testa, che teneva piegata sulla tastiera, e lasciandosi cadere l'arco con un gesto trasognato, andò lentamente ad abbattersi sopra una poltrona.

La notte era buia, il gabinetto era nero.

Allora la signora, levandosi adagio, venne ad appoggiarsi come una visione alla spalliera della poltrona. Una pallidissima aureola bionda parve tremarle sulla testa. Poi si chinò sopra di lui colla lentezza di un'ombra, s'intese un soffio, e l'aureola si spense.

VIOLA

Ero solo.

Nel salone, immenso come tutti quelli dei palazzi antichi ed illuminato da tre lumiere di Murano vecchio, cento fiammelle di gas, al posto delle candele, aprivano le grandi ali di farfalle riempiendo tutto l'ambiente di un chiarore bianco e crudo. Le spalle delle signore e le camicie degli uomini avevano un riverbero marmoreo, una tinta unita e fredda, che respingeva gli sguardi. Il salone era rosso, i mobili dorati. Un odore sottile, che le sottane delle signore agitavano come un vento, pareva alzarsi dai fiori del tappeto, che lo scalpiccio di tutti quei piedi non poteva avvizzire. Benchè animatissima, la festa non era che al principio; molte bellezze nubili vi sfolgoravano, ma si notava ancora l'assenza di due o tre glorie del matrimonio, solite ad arrivare sempre le ultime, o per un calcolo sapiente di civetteria, o per quell'orgoglio dei sovrani di non apparire tra la folla, se non quando questa prova finalmente il bisogno di un capo, e di andarsene quando comincia a perderne la coscienza. Il valtzer, precipitando in una ripresa piena di scoppi, aggirava tutta quella massa silenziosa di ballerini, che abbracciati senza guardarsi nemmeno, si parlavano forse con una quantità di piccole strette. E solo, sopra un divano dominato da una mensola carica di fiori ed avvolto quasi fra il panneggiamento di una tenda damascata, la quale sdraiava sul tappeto una magnifica frangia tutta ad ovoli e a fiocchi, io guardavo.