In quel punto il diretto si mise in moto.

—Dimenticavo una cosa—aggiunse il dottore sforzando la voce,—se la conduci a spasso in campagna, misura il tuo passo col suo e qualche volta prendila per la vita; e se di notte vuol farti sentire il suo cuore, e tu sentilo. Esiste realmente un po' di cardiopalmo.


LA MORTE DI UN RE.

Quando io avevo dieci anni, o giù di lì, giocavo coi re, e fu il solo tempo in cui vissi in dimestichezza con gente di gran paraggio. Li avea fatti io stesso di cartone e dipinti di rosso e di azzurro con elmo e spada. L'ho a mente quella stanzaccia a soffitta, diroccata, con un odor di topi. Là i miei re conducevano un'esistenza da fare invidia ai veri re della terra. Si cavavano tutte le voglie, i miei nobili re. Ma in fondo ero io che mi cavavo simbolicamente le mie: ed era certamente per questa specie di incantamento che io non mi stancavo mai dal giocare a quel giuoco silenzioso e calmo, ma pieno di terribili cose: giacchè vendicarsi, sterminare i nemici e farne strage, e poi riportarne il trionfo era il più grande de' miei piaceri.

Allora non era convinto amico della Società per la Pace e gli istinti atavici parlavano potentemente in me: ma forse più che atavici erano malvagi istinti naturali, che troviamo in tutti i bambini.

I miei di casa si meravigliavano come io potessi stare per ore ed ore con un pupazzo in una mano e un pupazzo nell'altra, e non capivano che era un re che parlava ad un altro re suo rivale, vinto, stretto in catene davanti a lui.

Ma in simili casi la concione avrebbe potuto durare delle giornate, tanti erano gli argomenti che il trionfatore avea a sua disposizione per ischiacciare e vilipendere il vinto re! Io non ero malvagio, ma i miei re erano terribilmente feroci, e inesorabili. Quali diritti esercitavano mai!