—Ti faccio grazia della vita per ora, e ti porterò da mangiare,—gli dissi.
E con tale proponimento mi recai da un certo tale, esperto di cacce con l'archibugio e con le panie, e gli richiesi quale fosse il nutrimento dei falchi.
—Cuore e fegato,—mi fu risposto.
Cuore e fegato ebbe, e ben lo seppero i polli della cucina che in quel giorno vennero trovati privi delle interiora, con gran dispetto della fantesca e sorpresa del gatto—un onestissimo e moderatissimo gatto—che mi guardava con le sue fosforescenti pupille come a dire:—ecco un altro che usurpa il mio mestiere di rubare!
Corsi in soffitta e presentando quella superba imbandigione, mi lusingavo di ottenere almeno un cenno di ringraziamento. Non fu così.
Non si degnò nemmeno di chinarsi per toccare quei cibi.—Quando avrai fame mangerai e quando avrai sete berrai,—dissi allora.
***
Era azzurro il cielo fuori della finestra; un cielo fondo, pieno di libertà e di silenzi. Ma il falco aveva abbassato sulle terribili pupille le due palpebre gialle e grinzose e rimaneva ritto, rigido. Lo contemplai: non un atto per istrappare la catena!
Piano piano, me gli accostai.—Povero falco,—dissi,—vuoi la libertà?—e feci per lisciarlo.
Fu, come prima, un istante: si voltò, si rabbuffò, le ali si spiegarono, le cortine delle pupille si alzarono e folgorarono le pupille. Questa volta la mia mano portava, oltre ad un'altra copia di solchi, uno strappo sanguinoso. Mi aveva ferito col becco, in modo che mi fece subito conoscere senza aiuto di storia naturale quale differenza interceda tra il becco degli uccelli di rapina e gli altri suoi pennuti fratelli. La notte dormii con la mano fasciata, e al mattino corsi su in soffitta a vedere che ne fosse del falco.