Suo marito, forse—io pensavo—mi avrebbe ucciso. Ebbene? Non ero già io disposto a dar la vita per la Polonia? Guardai per la misera stanza d'albergo: non c'era calamaio nè penna, istrumenti poco usati nelle locande campestri, anche oggi che siamo così evoluti. E poi, che calamaio, che penna! Trassi il coltello, mi denudai il braccio, vi immersi la punta della lama. Più profondamente premetti che non fosse necessario; ed un forte rivoletto di sangue, del mio sangue, rutilò. Lo contemplai con occhi sbarrati: scendeva giù per l'avambraccio, scuro, e si veniva grumando nella mano. Poi che l'ebbi deterso alquanto, scrissi col mio sangue. Che cosa scrissi? Non ve lo saprei ripetere. Poche parole, ma parole di sangue; ma degne di essere scritte col sangue. Poi mi si appannò la vista; mi parve che un'aria, quasi gelida, asciugasse il sudore della fronte. Un gran languore mi colse. Caddi riverso sul letto, e mi addormentai profondamente.

***

Cadeva il vespero quando i miei occhi si riapersero. I bagliori sanguigni del tramonto sereno entravano nella stanzetta muta. Mi ricordai. Balzai per prendere il foglio dove avevo consegnato al mio sangue la confessione del mio amore.

Il foglio era scomparso!

V'erano bensì sul pavimento due o tre fogli del mio taccuino, ma quello con la lettera era scomparso.

Qualcosa di terribile balenò allora nel mio cervello. Io non vi ho detto di alcune gelosie che nutrivo in segreto per la bellissima donna. Ella ne era del tutto innocente: ma un barbuto signore del luogo, assai prepotente e ricco, e di sospetti costumi, troppo spesso e troppo da vicino, e con aria troppo beffarda soleva passare presso di noi, lungo la spiaggia del mare. Io vi assicuro che più volte ero stato preso da un impeto folle di affrontarlo, e soltanto per riguardo alla dama me ne era trattenuto, per timore che egli beffardamente mi dicesse: «E lei chi è? che c'entra?» Ora il sospetto che colui, o altri per lui, avesse, durante il mio sonno, fatto rapire il foglio, mi si presentò come cosa certa, per effetto dell'immaginare mio fallace; tanto più che l'uscio della stanza era rimasto aperto. Misi in tasca il coltello, stavo per lanciarmi fuori, quando rassettando rapidamente le cose mie e raccogliendo quei fogli sparsi, m'avvidi con stupore profondo di una cosa non sospettata.

Ecco: durante il mio sonno, le mosche avevano fatto colazione con la mia lettera. Avevano mangiato col sangue le mie parole d'amore.

Il foglio non era stato rapito; era stato succhiato dalle mosche. Ecco perchè esso era tornato bianco come prima. Quali pensieri mi germogliarono in mente, non vi saprei dire: ma ricordo che guardai le molte mosche appollaiate sui vetri: esse parevano godere di una eccellente digestione. La mia idealità era stata divorata dalle mosche!

Allora avvenne quel disorientamento nel mio spirito di cui vi parlavo in principio; o se vi pare, un nuovo orientamento.

—Avete rifatta la lettera con l'inchiostro?