Così, ma molto più in lungo spiegava donna Fanny al dottore, il vecchio dottore di condotta, che la stava ad ascoltare a fronte bassa e con gli occhi chiusi dalla mano.

—Pensi—seguitava donna Fanny—che vedendo l'impossibilità di ottenere alcun dimagramento, mi sono raccomandata ad un celebre specialista omeopatico, il quale mi consigliò come infallibile una cura assai rara e costosa, fornitami—noti bene—da quella stessa casa—una delle case più accreditate—da cui io da anni faccio venire i miei articoli da toilette.

A questo punto il vecchio dottore si tolse la mano dagli occhi, e, levando il volto, affissò attentamente il volto della contessa Fanny, chè tale ora si poteva a buon diritto chiamare; e poichè qualche cosa era necessario rispondere, così il dottore disse:

—Io sono della vecchia scuola, signora contessa; ma io credo che chi è nato grasso e grosso non potrà mai diventare snello e magro. Credo piuttosto che una vita libera ed all'aperto, piena di attività, quale era quella che spontaneamente conduceva prima il defunto signor conte, avesse virtù di mantenere l'equilibrio organico meglio che le cure specifiche escogitate al proposito e a cui ella testè mi accennava. La ragione ci consiglia spesso di violentare la natura, ma una più acuta ragione ci avverte che è bene usare le maggiori cautele in quest'opera di violenza.

Così parlò il vecchio dottore.

Ma alla sera, avendo osservato il volto imbiutato e lisciato di cosmetici della signora contessa—cosa di cui forse il conte Guido Ubaldo non si era mai interamente accorto—scrisse in un suo libro di memorie mediche, accanto al nome del defunto, questa nota in latino, come soleva:

E le parole sono queste:«Ex eodem unguentario unde causas nuptiarum, idem, miser comes Guidobaldus, mortis emit causam.» (Dal medesimo venditore di cosmetici, da cui il misero conte Guidobaldo tolse la causa del matrimonio, comperò pure la causa della sua morte.)