— Se vuol vedere il Padre Eterno — disse l'onesto bolcevico —, esso sta lassù su la cupola.
— Grazie, caro mio: mi pare che basti. Ma io credo — aggiunse Beatus scendendo con precauzione dall'impalcatura —, che lei non abbia torto a volere buttare giù tutto. Sono imagini che, anche attaccate sul muro, fanno una certa impressione, e possono nuocere ai suoi ideali.
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[Capitolo XI. — Giulio Cesare.]
Questo Cristo — pensava Beatus uscendo dalla chiesa — per quanto lo chiamino il re degli umili, rappresenta sempre un grande impedimento per questi onesti bolcevichi. Essi sono lanciati all'assalto, conquistano una posizione, ma Cristo è sempre più in alto. È irraggiungibile.
In questo pensiero, si trovò su la piazza del mercato: tutta soleggiata. Era mezzodì. In fondo si vedeva un arco romano, e nella piazza c'era un piedestallo che ricordava che per lì era passato Giulio Cesare; un uomo straordinario per tante ragioni, e anche perchè ebbe l'abilità di prendere dolcemente i bolcevichi del suo tempo per le narici fumanti e ricondurli per qualche secolo ancora all'ovile. Era figlio di Venere, Giulio Cesare; o almeno lui lo diceva.
Ma rapidi squilli scossero Beatus. Si appressavano. In fondo alla via soleggiata, vide [pg!90] un ammassarsi oscuro di uomini. Poi sentì il percuotere sul selciato delle scarpe ferrate, poi lampeggiò una bandiera, poi vide le trombe, poi i profili degli elmetti. Passava l'esercito, passava e svoltava. Allora Beatus ricordò che quella era la Via Emilia, quello in fondo l'arco romano, quello presso di lui il piedestallo di Cesare.
«Ecco, dopo venti secoli — pensò Beatus — che i soldati d'Italia passano con l'elmo di ferro davanti a te, o Cesare!»
Beatus non vide la guerra immane; vide soltanto la forza ordinata d'Italia: l'esercito che passava.
Un brivido gli corse nel cuore; e voleva gridare: Evviva!